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La Cina sulla strada dell'innovazione

Il presidente Xi sta tentando di trasformare l'economia cinese passando da un modello basato sulle esportazioni a uno più orientato ai consumi interni e all’autosufficienza tecnologica. Robotica, automazione, intelligenza artificiale e big data sono tutti settori in cui l’amministrazione ambisce a diventare leader nel mondo.

Dall'esterno, considerate le dimensioni dell'economia cinese e la dipendenza del resto del mondo dalle merci di fabbricazione cinese, l’esito positivo dell’iniziativa «Made in China 2025» implicherebbe un importante cambiamento a livello globale nell'equilibrio dei poteri economici. Non c’è dunque da stupirsi se il presidente degli Stati Uniti lancia intimidazioni e minaccia una guerra commerciale.

La strategia risulta decisamente calzante, considerato che il paese deve fare i conti con l'invecchiamento demografico e l’incremento del costo della forza lavoro, e con il trascorrere del tempo ci aspettiamo che la probabilità che il paese riesca a conseguire almeno in parte questi obiettivi ambiziosi sia ragionevolmente elevata. Tuttavia riteniamo che saranno necessari tempo e alcuni cambiamenti normativi affinché la Cina conquisti uno status di vera «leadership» tecnologica. Nel frattempo le opportunità di vendita di sistemi robotici e di automazione in Cina, a prescindere dal fatto che siano prodotti nella Repubblica Popolare o altrove, sono molto significative.

«L'innovazione non ha nulla a che vedere con il budget di ricerca e sviluppo a disposizione. Non si tratta di soldi, ma delle persone che si hanno a disposizione, di come si viene guidati e di quello che si riesce a ottenere»

Steve Jobs citato in BusinessWeek, 25 maggio 1998

Basta produrre solo tecnologia altrui

Nel 2010 la Cina è diventata il primo paese esportatore al mondo, nel 2013 ha conquistato il primato commerciale mondiale e nel 2014 ha superato gli Stati Uniti diventando la prima economia al mondo1 . Con una quota inferiore al 3% del valore della produzione manifatturiera globale, nel 1990 il paese era ampiamente irrilevante per la produzione mondiale, mentre lo scorso anno la Cina copriva quasi il 30% della produzione mondiale, fabbricando principalmente merci sia progettate che destinate alla vendita all’estero. Arrivano infatti dalla Repubblica Popolare il 90% di tutti i PC, desktop e portatili, circa l’80% dei condizionatori e il 70% dei pannelli fotovoltaici. E i dispositivi elettronici non sono l’unica tipologia di merce, anche il 60% del cemento, il 60% delle scarpe, il 50% della carne di maiale, il 50% del carbone2, ecc. provengono dal Celeste Impero.

La dimensione e la portata delle produzioni cinesi hanno generato grandi cluster di fornitori altamente efficienti e competitivi in tutto il Sud-est asiatico, dediti alla fabbricazione di parti e componenti destinati al settore manifatturiero. La Cina ha gradualmente assorbito anche gran parte di questa supply chain. Stando alla Banca mondiale, la quota dei componenti importati in Cina e presenti nei prodotti che il paese esporta ha subito un crollo, passando dal 60% degli anni Novanta al 35% di oggi3 . Nel frattempo, sebbene non alla stessa velocità, il paese ha anche smesso di produrre alcune delle parti di minor valore di questa supply chain, lasciando i paesi dove la forza lavoro ha un costo più basso a contendersi le briciole rimaste sul tavolo.

Sotto molti aspetti la Cina ha tratto vantaggio dal fatto che questa spinta verso il manifatturiero abbia coinciso con il massiccio sviluppo delle economie di scala nel settore tecnologico predette dalla «legge di Moore». Con l’aumento esponenziale della potenza dei processori informatici (il numero di transistor per chip che raddoppia ogni due anni dagli anni Settanta) e il diminuire del costo della tecnologia, le dimensioni del mercato mondiale dei dispositivi elettronici sono infatti enormemente aumentate. Per spiegare meglio questa evoluzione, è utile citare l’esempio del walkman della Sony. Probabilmente il prodotto elettronico più iconico di un’intera generazione, di walkman ne furono venduti 50 milioni di unità nell'arco di 10 anni, ovvero dal loro lancio avvenuto nel 1979. A titolo di confronto, di smartphone ne sono stati venduti ben 1,47 miliardi nel solo 2017 (di cui 317 milioni di Samsung e 216 milioni di iPhone).4

La rapida affermazione di una nuova classe media

Nel giro di dieci anni il PIL pro capite cinese ha conosciuto una crescita stupefacente, passando dai 6.821 USD (su base PPP – purchasing power parity) del 2007 a un valore stimato di 16.600 USD nel 20175. Il balzo è notevole, ma nonostante la Cina sia la più grande economia del mondo, il PIL pro capite del paese si colloca ancora appena al 106esimo posto della classifica mondiale dei 228 paesi presi in considerazione dal Factbook pubblicato dalla CIA.6

La base produttiva cinese è stata costruita principalmente sulla domanda proveniente dai paesi occidentali, ma ora, con l’aumento del PIL pro capite, i consumatori cinesi stanno iniziando a sviluppare la stessa propensione verso beni e servizi. Questo fenomeno ha avviato un ulteriore ampliamento della massiccia infrastruttura produttiva cinese, sviluppata per approvvigionare il mercato dell’export cinese, per produrre beni destinati ai consumatori cinesi interni.

E mentre l'economia continua a trasformarsi e a crescere, il vecchio modello fondato sui lavoratori migranti a basso costo inizia a sgretolarsi. In Cina il costo del lavoro non costituisce più un vantaggio competitivo nei confronti dei vicini (cfr. Figura 1). Inoltre molti giovani cinesi scelgono di non svolgere noiosi, ripetitivi e spesso pericolosi lavori di fabbrica, senza contare che, nonostante l'allentamento della «politica del figlio unico» nel 2016, la demografia cinese continua a spostarsi rapidamente verso una società anziana, dove le persone effettivamente in grado di svolgere un lavoro fisico sono sempre di meno e che mette sempre più sotto pressione la previdenza sociale e i servizi pubblici. Il risultato di queste tre dinamiche è che molte aziende in Cina stanno affrontando una crescente carenza di forza lavoro, e in particolare di manodopera a basso costo da impiegare nelle fabbriche.

Robotica e automazione

L’iniziativa «Made in China 2025», presentata nel 2015 dall’amministrazione del Presidente Xi Jinping, esorta cittadine, città e imprese a prendere le distanze dal modello di produzione a basso costo e ad alta intensità di manodopera, per esaltare la catena del valore e approdare ad una produzione complessa, ad alto valore aggiunto, spesso a più elevata intensità di capitale. L'iniziativa definisce obiettivi ambiziosi per quanto riguarda l’uso della robotica cinese e la percentuale di «contenuto» tecnologico «made in China» che i dispositivi elettronici dovranno conseguire entro il 2025; a questo scopo, il governo ha istituito un forziere finanziario di incentivi, tra cui esenzioni fiscali, prestiti a basso tasso d’interesse e sussidi in denaro. Sono stati stanziati fondi per circa 6 miliardi di dollari a sostegno degli stabilimenti esistenti che intendono introdurre un maggior grado di automazione e robotica e delle start-up.

Attualmente la Cina rappresenta circa il 36% della domanda di robot industriali (per l’uso in fabbrica) e dal 2013 questa domanda cresce a ritmo più sostenuto che in altri grandi paesi. Di conseguenza la «densità» dei robot nelle fabbriche cinesi (misurata in termini di numero di robot ogni 1000 operai) è aumentata rapidamente, passando da 2,5 robot nel 2013 a 6,8 robot nel 2016. Il fenomeno dovrebbe ampliarsi ulteriormente grazie agli incentivi governativi e alla crescente attrattiva economica dei robot rispetto ai lavoratori umani. L’IFR prevede che nel 2019 la Cina potrebbe rappresentare il 40% della domanda globale di robot industriali.

Sebbene l’uso dei robot in Cina abbia fatto registrare una crescita impressionante, il paese è ancora lontano dal primato dei leader. I 6,8 robot ogni 1000 lavoratori cinesi contrastano con la «densità» della Corea del Sud (63,1 robot ogni 1000 lavoratori), ma anche di Singapore (48,8), Germania (30,9), Giappone (30,3) e Stati Uniti (18,9). Entro il 2020 il governo punta a 15 robot ogni 1000 collaboratori.

Robot stranieri

L’introduzione di più robot e sistemi di automazione nelle catene di montaggio favorisce il passaggio a una produzione a più alto valore aggiunto e stimola la produttività, compensando i crescenti costi e la sempre maggiore carenza di manodopera. Tuttavia questo è solo uno dei due obiettivi dell’iniziativa «Made in China».

Mentre il primo obiettivo progredisce in modo spedito grazie alla crescente convenienza economica dei robot, il secondo (ovvero aumentare la quota di contenuti tecnologici cinesi) è più difficoltoso. Attualmente il 90% dei robot installati nelle fabbriche cinesi è di provenienza estera (non cinese) mentre il 10% di origine cinese è costituito prevalentemente da semplici robot da 2 a 4 assi, impiegati per compiti di base come il sollevamento di oggetti pesanti, e non dai sofisticati robot da 6 a 16 assi destinati ad attività più complesse. In effetti, sebbene la Cina sostenga di poter annoverare oltre 800 società nell’industria robotica (tra cui produttori di componenti e integratori di sistema), si stima che di questa cifra l'88% sia rappresentato da integratori di sistema7. Anche sul versante dei componenti, gli elementi cruciali di un robot come comandi, riduttori, servomotori, inverter e sistemi di visione, vengono generalmente acquistati da produttori esteri in Giappone, Germania e negli Stati Uniti.

Protezione della proprietà intellettuale

In base ai commenti delle aziende occidentali che intrattengono rapporti commerciali con la Cina, appare piuttosto evidente che negli ultimi 10 anni la Cina abbia adottato un modello «copia e incolla» , replicando la tecnologia straniera, riproducendola su larga scala e a basso costo e impegnandosi gradualmente per migliorare la qualità e l’affidabilità. Questo modello è consolidato in Giappone e in Corea del Sud, dove ha rappresentato un fattore importante dello sviluppo economico post-guerra8. Inoltre, considerando le dimensioni del settore manifatturiero cinese e l'attuale mancanza di penetrazione della robotica, risulta anche essere una strategia sensata. Molte società cinesi ora quotate in borsa sono cresciute rapidamente sull’onda di questa strategia, vendendo quasi interamente nella fascia bassa del mercato nazionale, in cui il cliente non necessita del sistema più affidabile o del robot dalle funzionalità più complesse, ma riesce a realizzare solidi rendimenti investendo in soluzioni robotiche semplici.

Questa strategia si rivela efficace fintanto che il mercato resta insaturo e i paesi vicini non lo inondano con un eccesso di offerta, se possibile a prezzi ancora più bassi. Ma un modello più sostenibile e in grado di garantire un incremento del contenuto tecnologico locale nei robot cinesi, richiederebbe alle aziende cinesi un maggiore livello di autentica innovazione.

L'innovazione è spesso difficile. Richiede tempo e deve essere alimentata alle giuste condizioni. Spesso l'economia della forza bruta (riversare denaro in ricerca e sviluppo) non riesce a produrre soluzioni innovative. Paradossalmente il quadro poco regolamentato relativo alla tutela della proprietà intellettuale, al quale presumibilmente si deve il modello copia e incolla, necessita di un giro di vite per il semplice motivo che il valore dell'innovazione è molto più alto se all’innovatore sono garantiti alcuni diritti di esclusività. Senza tutela della proprietà intellettuale è scarsa la motivazione a investire tempo e risorse in tentativi di innovazione.

Non sorprende quindi che il presidente Xi abbia iniziato a sottolineare l'importanza della tutela della proprietà intellettuale. La camera di commercio USA utilizza un «indice della produzione industriale internazionale» per misurare gli sforzi volti a promuovere e proteggere l'innovazione in 50 paesi. In questo indice la Cina si colloca al 25° posto su 50 (Stati Uniti al 1°, Regno Unito al 2°, Svezia e Francia al 3° e 4°), ma nelle note la camera di commercio rende credito alla Cina per «il crescente riconoscimento e la tutela dei diritti di proprietà intellettuale a diversi livelli governativi ed esecutivi»9.

La Cina sulla strada dell'innovazione

Probabilmente ci vorranno anni prima che la Cina assuma un ruolo di guida sul piano dell’innovazione tecnologica e in particolare della leadership tecnologica nel settore della robotica e dell'automazione. Tuttavia, considerando i progressi compiuti dal paese in 30 anni, la vastità della sua base produttiva e il potere del governo centrale, prevediamo che nel tempo la Cina sia destinata a diventare competitiva e a porsi all'avanguardia dell’innovazione tecnologica.

Al di fuori del settore manifatturiero e della robotica, molte società Internet cinesi come Tencent, Alibaba, JD.com e Baidu, al riparo dalla concorrenza straniera, sono già innovative nei rispettivi campi d’attività. Uno dei settori in cui si sono spinti è quello dell’intelligenza artificiale (I.A.) e dei Big Data, un’altra area incentivata dall’iniziativa «Made in China». Nel corso del tempo queste tecnologie, inizialmente progettate per le applicazioni di largo consumo, l’e-commerce e la logistica, saranno probabilmente adottate dal settore manifatturiero e in particolare dalle società di robotica. Alibaba utilizza chat bot dotati di intelligenza artificiale per facilitare le decisioni d’acquisto dei clienti e in un magazzino automatico gestito da Cainiao network CO, vicino a Shenzhen, impiega 200 robot logistici per processare fino a 1 milione di spedizioni al giorno10. JD.com sta sperimentando le innovative consegne con drone e anche Hikvision, azienda leader a livello nazionale nel campo delle attrezzature di videosorveglianza, ha recentemente annunciato che sta investendo in tecnologie di «visione» per l'automazione di fabbrica e i veicoli a guida autonoma.

Ambizione solitaria

La Cina può contare su alcuni naturali vantaggi nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, in particolare la sua vasta base di utenti Internet (circa 751 milioni a luglio 2017)11, la relativa libertà di cui godono le imprese nell’uso dei dati generati dagli utenti Internet e le restrizioni imposte alle imprese Internet straniere che operano in Cina.

Tuttavia, data l’entità delle opportunità di mercato stimate per l’intelligenza artificiale, ovviamente la Cina non è la sola a nutrire l’ambizione di affermarsi come leader in questo nuovo campo tecnologico. Molti paesi in Medio Oriente, ma anche in Canada, Regno Unito, Singapore, Hong Kong e India, sono costantemente al centro dell’attenzione dei media nel tentativo di far valere le loro credenziali I.A. e attirare i fondi, sia pubblici che privati, destinati ai laboratori di ricerca incentrati sull’intelligenza artificiale. Rispetto alla maggior parte di questi paesi, la Cina è avvantaggiata dalle dimensioni, dai volumi di dati e dalla relativa libertà nell’uso di tali dati.

Conclusione

La Cina vanta la più grande base di robot industriali installati, ma considerata la vastissima scala del suo settore manifatturiero, la penetrazione dei robot è relativamente bassa se comparata a quella di altri paesi industrializzati. Dal momento che il paese si trova ad affrontare una crescente carenza di manodopera, l'opportunità per le aziende di vendere robotica e automazione in questo mercato è enorme. Attualmente la maggior parte dei sistemi venduti sono stranieri, ma la robotica cinese è sempre più diffusa nella fascia bassa del mercato e col tempo, se il governo saprà offrire una migliore tutela ai detentori della proprietà intellettuale, prevediamo che le società cinesi sapranno innovare con successo e cominceranno a competere nella fascia più alta del mercato, magari ricorrendo a intelligenza artificiale e componentistica cinesi.

Con l’avanzare della tecnologia e l’aumento della potenza di elaborazione, i sistemi di automazione attualmente in uso diventeranno più intelligenti, intuitivi, in grado di autoripararsi e, in ultima analisi, più utili. Naturalmente diventeranno anche più economici, e mentre il costo dei sistemi robotici diminuirà, il numero dei sistemi in uso presso le fabbriche cinesi e del resto del mondo probabilmente prolifererà. Riteniamo infatti che sistemi robotici ancora più intelligenti e versatili troveranno un’applicazione più ampia non solo nelle fabbriche, ma anche nelle nostre case, uffici, ospedali, infrastrutture e sistemi di trasporto. Grazie ad automazione e intelligenza artificiale disponiamo di sempre più soluzioni efficienti in termini di costi che migliorano la qualità della nostra vita, incrementano la produttività e svolgono mansioni sgradevoli, pericolose o monotone.

Per offrire ai clienti un'esposizione di tipo “pure-play” a queste interessanti tematiche di crescita di lungo termine interconnesse, Credit Suisse Asset Management ha elaborato due strategie: robotica e automazione, e sicurezza.