«Vogliamo tornare ad essere svizzeri»
Articoli Recenti

«Vogliamo tornare ad essere svizzeri»

In un mondo turbolento, la stabilità della Svizzera diventa ancora più importante, sostiene Thomas Gottstein, CEO della nuova entità Credit Suisse (Svizzera) SA, parlando dell'arte del collocamento in borsa, della migliore banca del paese e di una serata davanti alla televisione.

Signor Gottstein, il nostro appuntamento cade la mattina dopo la vittoria di Stan Wawrinka contro Novak Djokovic agli US Open. Ieri sera fino a che ora è rimasto davanti alla tv?

Thomas Gottstein: Vuole che le dica la verità? Dopo aver messo a letto i bambini, volevo guardare solo il primo set. Poi sono rimasto sveglio fino alla fine. Ho dato un'occhiata all'orologio: erano le 2.46. È stato un match fantastico. Come Roger Federer, ma nel suo modo unico, Wawrinka incarna perfettamente i valori svizzeri nel mondo. Poi stamattina la sveglia ha suonato inesorabilmente alle 6. Quindi per favore sia indulgente con me.

Lei conosce bene lo sport di alto livello, avendo giocato a golf nella Nazionale svizzera. Quali sono le caratteristiche necessarie per vincere?

Naturalmente ci vuole talento. Ma senza disciplina il successo non dura a lungo, nemmeno se si ha un grande talento. E poi è importante, sia nello sport che in generale nella vita, porsi un chiaro obiettivo.

Come si preparava per un torneo importante?

La sera prima ripassavo mentalmente il campo, ogni singola buca. Più e più volte. Spesso nella mia testa giocavo diversi round. In qualsiasi situazione, avere un piano preciso serve per far fronte alla pressione e alle condizioni mutevoli.

Come si descriverebbe come persona?

In linea di massima sono una persona positiva. Mi piace la competizione. Amo misurarmi con gli altri e avere la meglio, sempre rispettando le regole. Anche se a malincuore, sono pronto a perdere con dignità. Questa è un'altra lezione di vita appresa dallo sport: sopportare successi e sconfitte. Può essere dura in entrambi i casi.

Evidentemente lei è una persona leale. Da 17 anni lavora per Credit Suisse.

Ho avuto la fortuna di imbattermi sempre in ottimi mentor, che hanno creduto in me – e io in loro: Marco Illy, Hans-Ulrich Doerig o James Leigh-Pemberton, per citarne solo tre. Inoltre ho sempre avuto colleghi di cui potevo fidarmi e che si fidavano di me. Così si crea un clima di lealtà e stima reciproca. Per me questi sono valori fondamentali.

Spesso si dice che, quando si tratta di soldi, la lealtà conti poco.

Un cliché scontato! Alla fine si tratta sempre di persone. Il mio Management Team lavora in Credit Suisse mediamente da 20 anni. Questi professionisti conoscono il loro lavoro, sanno di cosa parlano e lavorano da tempo in squadra.

Credit Suisse (Svizzera) SA ha avviato l'attività. Giunge voce di un grande fermento.

Anch'io avverto questa sensazione. Abbiamo fondato Credit Suisse (Svizzera) SA e pianificato il collocamento parziale in borsa il prossimo anno. Questo ha ulteriormente rinsaldato il nostro team. A ciò si aggiunge il fatto che adesso con la nuova entità svizzera, abbiamo qualcuno nella direzione suprema, l'Executive Board, che dal mattino alla sera pensa solo a una cosa: la Svizzera.

In tre frasi, qual è la sua visione per Credit Suisse (Svizzera) SA?

Mi basta una sola frase: vogliamo essere la banca migliore della Svizzera. Punto e basta.

Come intendete raggiungere quest'obiettivo?

Vogliamo offrire il servizio migliore. Siamo l'unica banca che può dire di essere interamente concentrata sulla Svizzera. Le altre grandi banche hanno tutte un business offshore. Inoltre noi possiamo coniugare la nostra attenzione alla Svizzera con una rete globale e la gamma di prodotti di Credit Suisse Group. Questo è importante per i nostri clienti, per l'incorporazione di un'azienda estera in un'azienda svizzera, in caso di fusione transfrontaliera o di investimenti alternativi.

Un ritorno alle radici?

Sì, è un riorientamento alla Svizzera. Negli ultimi cinque-dieci anni, abbiamo investito troppo poco nella Svizzera, anche in termini di innovazione. Adesso cambiamo le cose. La Svizzera è il nostro mercato domestico; potremmo anche dire il cuore. È il pilastro principale del gruppo e, soprattutto, il più stabile.

Successi e sconfitte: entrambi possono essere duri.

Intendete rafforzare il posizionamento di Credit Suisse come banca per gli imprenditori. Anche altri istituti finanziari si pongono lo stesso obiettivo. In cosa vi distinguete?

Fin dal 1856, l'imprenditoria svizzera fa parte del nostro DNA. Rispetto alla maggior parte delle altre banche, soprattutto rispetto alle banche squisitamente private, abbiamo il vantaggio di seguire non solo l'attività di gestione patrimoniale, ma anche gli affari commerciali. Per questo siamo in grado di assistere gli imprenditori a 360 gradi, come persone fisiche o clienti commerciali. Inoltre abbiamo creato, in tutte le regioni, speciali desk che si occupano proprio di questo. In passato abbiamo pensato troppo a compartimenti stagni. In un mondo complesso dobbiamo ritrovare la semplicità e il pragmatismo. Vogliamo tornare ad essere svizzeri.

Lei conosce questo mondo per esperienza: suo padre era imprenditore.

Mio padre era titolare di un'azienda attiva nella produzione di macchine bobinatrici, soprattutto per il settore dell'elettronica. Ho sperimentato in prima persona cosa significhi essere imprenditore, creare posti di lavoro, districarsi nella burocrazia, rimanere coi piedi per terra nei periodi buoni e non perdere la testa in quelli cattivi, correre rischi e investire in innovazione.

Come accennava prima, anche Credit Suisse investirà di più in innovazione. In questo processo rientra la digitalizzazione, il tema di maggior rilievo nel settore. Ma proprio perché è sulla bocca di tutti, diventa difficile mantenere una visione globale.

Dal nostro punto di vista e in estrema sintesi, questi sono gli aspetti centrali: la digitalizzazione è inarrestabile. Essa rappresenta una grande opportunità e offre ai clienti enormi vantaggi: semplificazione delle operazioni bancarie, maggiore trasparenza, miglioramento dell'esperienza della clientela, accessibilità dei servizi 24 ore su 24.

Al contempo aumenta la concorrenza, le aziende FinTech spuntano in ogni dove.

Seguiamo il modello dei «frenemies»: i «giovani leoni» lavorano gomito a gomito con noi, gli istituti tradizionali. In tema di digitalizzazione vi sono altri due punti importanti: grazie alla moderna analisi dei dati – le parole chiave sono Big Data e intelligenza artificiale – è più semplice acquisire rapidamente processi complessi, individuare i pattern nell'andamento del mercato e mostrarli ai nostri clienti. Inoltre l'automazione, che va a braccetto con la digitalizzazione, ci consente di risparmiare molto sui costi.

Cosa significa per lei la Svizzera, non come bancario ma come cittadino?

La Svizzera è la mia patria. Qui sono nato e cresciuto. Sono fiero della Svizzera. È un modello di successo, sul piano economico, politico, sociale. Come piccolo paese siamo riusciti a rimanere indipendenti, seppur inseriti in una rete globale. Sotto molti aspetti, come banca siamo orientati a questo modello di successo.

Cosa deve fare o non fare la Svizzera per consolidare il suo successo anche in futuro?

Dobbiamo preservare condizioni quadro vantaggiose: un ordinamento economico liberale con moderati interventi statali. La nostra risorsa primaria è la forza lavoro qualificata, che da un lato dobbiamo formare internamente e dall'altro attrarre dall'estero. Per esempio Credit Suisse in Svizzera conta circa 17000 collaboratori e offre 1350 posti di formazione e praticantato. Per quanto riguarda l'attuazione dell'iniziativa contro l'immigrazione di massa, dobbiamo fare attenzione a non perdere la nostra attrattiva agli occhi dei lavoratori qualificati.

Come immagina il futuro della piazza finanziaria svizzera, l'era «dopo» il segreto bancario?

La maggior parte degli osservatori stima una crescita dell'attività di gestione patrimoniale nel paese tra il due e il tre per cento annui. La Svizzera, di questo ne sono convinto, diventerà ancora più interessante per le imprese e la clientela privata. Si pensi alla crescente incertezza in Europa e nel mondo e si pensi alla nostra stabilità politica e sociale, alla stabilità monetaria e all'interessante normativa di imposizione. La Svizzera è attraente e affidabile. Per questo anche in futuro le imprese, i clienti private banking e i family office continueranno ad affluire. Purtroppo in Svizzera tendiamo a privarci noi stessi di questi vantaggi.

Purtroppo in Svizzera tendiamo a privarci noi stessi di questi vantaggi.

Allude alla regolamentazione delle banche?

Non mi fraintenda: dopo la crisi finanziaria trovo del tutto legittimo l'innalzamentodei requisiti nei confronti degli istituti bancari, del resto Credit Suisse ha supportato attivamente questo processo. Ma ora si tratta di evitare che la Svizzera introduca regolamenti più restrittivi prima di tutti gli altri e che tali regolamenti vengano continuamente rivisti. Bastano poche regole incisive, di facile comprensione: in caso contrario si accetta che le banche possano operare con minore efficacia, di conseguenza versare meno imposte e creare meno posti di lavoro. Questo non lo vuole nessuno.
 

Siamo orientati al modello di successo della Svizzera.

Come banca d'investimento seguite decine di collocamenti in borsa, alcuni notevoli come quello di Glencore, colosso delle materie prime, per un valore di oltre dieci miliardi di franchi. In generale, dal punto di vista di un'impresa che vuole quotarsi in borsa senza sorprese, quali sono i punti più importanti?

Nel giro di dieci-quindici minuti, bisogna essere in grado di esporre agli investitori la cosiddetta equity story, ovvero l'argomentario a sostegno della nuova azione. In questa fase bisogna rimanere sul vago, scendendo nei dettagli solo se richiesto. L'obiettivo è convincere gli investitori che il timone è in mano a un buon Management Team. L'equity story può essere una storia di crescita o di dividendi. Di norma gli investitori si aspettano che un'impresa si collochi tra le prime 3 del suo settore. E bisogna essere trasparenti e leali in termini di opportunità e rischi.

Il prossimo anno avete in programma un collocamento parziale in borsa per Credit Suisse (Svizzera) SA. Purtroppo ora non abbiamo tempo per una risposta di 15 minuti. In 3 minuti, come ci convincerebbe ad acquistare l'azione?

Lei è più rigoroso di un'analista! Ad ogni modo: in uno dei paesi più stabili e benestanti al mondo siamo una banca solida, che figura tra le prime 3 in tutte le linee di business, paga un buon dividendo, ma dispone ancora di margini di crescita e vanta un buon management. Cinque punti chiave in una frase.

Perché ambite a un collocamento parziale in borsa?

Essenzialmente per tre motivi. Primo: la banca nel suo complesso è attualmente sottovalutata. Con l'IPO [Initial Public Offering, collocamento in borsa – N.d.R.] possiamo mettere in luce il valore del business svizzero, forzando gli investitori e gli analisti ad eseguire una valutazione dei singoli settori di attività. Secondo: in questo modo possiamo creare più capitale per la casa madre; le stime vanno da due a quattro miliardi di franchi. Terzo: prima parlavamo del clima di fermento. Il fatto che il nostro successo come team svizzero sia visibile direttamente dal prezzo delle azioni è per noi fonte di motivazione, nonché un ulteriore fattore di coesione.

Riguardo all'IPO sono state mosse anche critiche: per esempio si insinua che il collocamento in borsa avvenga semplicemente per fame di capitale.

In primo luogo il gruppo oggi è capitalizzato meglio che in passato ed è riuscito ad aumentare costantemente la cosiddetta quota di capitale di base [nella misura di 1,8 punti percentuali dal terzo trimestre 2015 al terzo trimestre 2016, attestandosi al 12 per cento – N.d.R.]. In secondo luogo, attraverso la tesaurizzazione degli utili, CS Svizzera può generare capitale di crescita che viene investito esclusivamente in Svizzera.


Una seconda speculazione: dopo l'IPO sarà più facile vendere o fondere la parte internazionale.

Non esiste speculazione di cui io non abbia già sentito parlare. Questo non significa che sia realistico. Continueremo ad essere un gruppo di respiro internazionale, il che è importante anche per il nostro business svizzero.

Il capitale risultante dal collocamento in borsa vi assicura una maggiore forza finanziaria: la strategia a medio termine di Credit Suisse prevede l'acquisizione di banche private svizzere?

Abbiamo a disposizione diverse modalità per concorrere al consolidamento sulla piazza finanziaria. Ogni anno in Svizzera scompaiono dieci banche: ogni volta sul mercato si affacciano interessanti profili di funzione, che ci trovano appetibili. Prevediamo anche che alcuni istituti diventeranno gestori patrimoniali esterni, che noi poi potremo sostenere. E sì: dopo il collocamento in borsa si discuterà anche di acquisti.

Certo, il nostro obiettivo è ambizioso, ma è così che devono essere gli obiettivi.

Entro il 2018 Credit Suisse (Svizzera) SA intende realizzare un utile ante imposte di 2,3 miliardi di franchi. È realistico?

Nel 2014 abbiamo registrato un utile ante imposte di 1,5 miliardi di franchi. Nel 2015 questa cifra si è attestata su 1,6 miliardi. Nei primi sei mesi del 2016 abbiamo raggiunto i 930 milioni, mettendo a segno un incremento dell'otto per cento. Il tutto in una fase molto critica, nonostante la Brexit, i tassi d'interesse negativi e gli elevati costi d'organizzazione della nuova entità giuridica svizzera. Siamo sulla strada giusta.

Alcuni concorrenti hanno definito troppo ambiziosi i vostri obiettivi di crescita sul mercato domestico.

Certo, il nostro obiettivo è ambizioso, ma è così che devono essere gli obiettivi. Il piano è crescere del due per cento e ridurre i costi del tre per cento. Prima osservazione: siamo in linea con la tabella di marcia. Seconda osservazione: è curioso che i nostri concorrenti esprimano un giudizio in merito al nostro business plan. Io non lo farei mai. Potrebbe essere un segnale del loro nervosismo.

Per me lealtà e stima reciproca sono valori fondamentali.

Infine, un'ultima speculazione: quale fusione avverrà per prima, FCZ con GC o CS con UBS?

Entrambe sono altamente improbabili, ma la prima avrebbe più senso della seconda, a condizione che la nuova squadra sia chiami FCZ (ride).