Vietnam: la grande ascension
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Vietnam: la grande ascension

Negli ultimi trent'anni il Vietnam ha vissuto un'incredibile ripresa economica. Una giovane generazione di imprenditori desidera scrivere nuovi capitoli della storia di successo del paese, in una celebrazione dell'economia di mercato.

Per quest'anno la Banca mondiale prevede una crescita dell'economia nazionale del Vietnam pari al 6,3 per cento circa, maggiore rispetto a quasi tutti gli altri paesi di questa regione in forte crescita. Niente di nuovo per il Vietnam: dal 2000 l'economia cresce in media del 6,2 per cento ogni anno.

La gloria non sazia

La Banca mondiale definisce l'ascesa vietnamita una «storia di successo in termini di sviluppo». Questa storia ebbe inizio nel 1986, quando il Partito comunista vietnamita dovette riconoscere il fallimento dell'economia pianificata nella sua accezione radicale. Gli americani erano stati cacciati da oltre dieci anni, ma l'economia era a terra. L'orgoglio per aver sconfitto una potenza mondiale non bastava a saziare la popolazione.

Con le cosiddette riforme del Doi Moi (in italiano: rinnovamento), il Vietnam introdusse misure simili a quelle adottate dalla grande vicina Cina un paio d'anni prima. Anzitutto il Partito comunista concesse maggiori libertà ai contadini e consentì la costituzione di imprese. In seguito il paese si aprì sempre di più agli investitori internazionali. «Economia socialista di mercato» è l'espressione con cui il governo definisce il proprio sistema, che accorda ancora allo Stato un ruolo importante, ma al contempo punta anche sul mercato. Questo modello di sviluppo, noto anche come «Beijing Consensus», rappresenta un'alternativa ai precedenti piani della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Il loro «Washington Consensus» spesso pretendeva dai paesi emergenti un'apertura economica troppo drastica.

Ma anche il Vietnam si affida sempre di più al mercato. Al momento lo Stato sta stipulando un accordo di libero scambio dopo l'altro: un accordo con l'UE è già stato avviato, mentre con la Svizzera le trattative sono ancora in corso. Lo Stato partecipa anche a vari accordi per il libero scambio regionale come la RCEP. I vietnamiti appoggiano la liberalizzazione dell'economia, tanto che secondo un sondaggio del Pew il 95 per cento della popolazione è favorevole al sistema dell'economia di mercato. In nessun altro paese al mondo si riscontra un sostegno così marcato. La vita in Vietnam è profondamente influenzata dalla tensione tra socialismo ed economia di mercato liberale. Nella capitale Hanoi la gente fa la fila non solo davanti al mausoleo di Ho Chi Minh, ma anche fuori da Starbucks, e ne è così entusiasta da farsi dei selfie.

La ribelle del mercato

Thuy Dam, 56 anni, ha vissuto in prima persona il cambio di sistema e ha deciso di sfruttarlo. Prima di diventare presidente della Fulbright University Vietnam, Thuy era una delle più famose manager dell'industria finanziaria del paese, ed è stata fra l'altro CEO per la regione del Mekong di ANZ Bank.

Dalle vetrate del suo ufficio all'interno di uno degli edifici simbolo di Ho Chi Minh City, la Bitexco Financial Tower, vede il viavai che anima la metropoli.Un forte contrasto rispetto alla sua infanzia, quando doveva alzarsi alle tre del mattino per procurarsi i buoni per la tessera annonaria. Nel dicembre 1972, da ragazza, visse da vicino l'operazione Linebacker II, nota anche come «Christmas Bombings». Da soli venti chilometri di distanza, osservò centinaia di bombardieri tattici delle forze armate americane ridurre Hanoi in cenere.

Ma Thuy Dam (in Vietnam il cognome viene preposto) ha una qualità comune a molti vietnamiti: una disciplina di ferro. Da bambina faceva i compiti al lume delle lampade a olio e, dopo la laurea in anglistica, nel 1986 ottenne un'ambita posizione al Ministero della scienza. La sua carriera prese avvio proprio quando il paese cominciava lentamente ad aprirsi. Al Ministero si occupava di brevetti e licenze, e d'un tratto aziende come Citibank o Coca-Cola vollero registrare i loro marchi. «Capimmo subito che si stava muovendo qualcosa», afferma.

Con quattro colleghi del Ministero, Thuy fondò la prima società di consulenza aziendale del Vietnam, specializzata nell'ingresso sul mercato di aziende estere «Ero una ribelle del mercato», racconta oggi. Nel 1989 la sua società di consulenza invitò i capi delle borse europee sulla piazza dell'Opera di Ho Chi Minh City per una discussione pubblica sulla possibile fisionomia di una sede di negoziazione vietnamita. L'interesse fu enorme, tanto che migliaia di vietnamiti si radunarono sulla piazza. «La gente non aveva mai visto niente del genere», racconta Thuy.

Anche per il Partito comunista vietnamita fu una novità. Il governo fece chiudere l'azienda di Thuy per sei mesi. «Forse fummo un po' troppo impetuosi», dice oggi. Anche l'idea di installare due bottiglie di Coca-Cola giganti davanti all'opera di Hanoi poco dopo la revoca dell'embargo americano nel 1994 non fu apprezzata dai funzionari del partito. In compenso, poco dopo Thuy fu ammessa a uno dei programmi MBA più impegnativi del mondo, quello presso la Wharton a Philadelphia.

Creazione di valore insufficiente?

Ancora oggi la dirigenza del Partito si interroga su quanto sia opportuno che si estenda la liberalizzazione. Sarà inoltre approvato un piano quinquennale che fissa i tratti fondamentali della politica economica. I prezzi sono in parte regolamentati e l'economia è ancora dominata da grandi aziende statali. «Verso l'interno il governo sottolinea il suo orientamento socialista», spiega Le Dang Doanh, uno dei più noti economisti del Vietnam, «mentre verso l'esterno il paese si presenta come un'economia di mercato».

Ciò deriva dal fatto che gli investimenti diretti esteri continuano a essere la linfa vitale dell'economia. Il Vietnam attrae le aziende con forti sovvenzioni e un esercito di lavoratori a basso costo. Secondo uno studio dell'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), nel 2014 il salario medio mensile era di appena 214 dollari statunitensi, circa un terzo in meno di quello cinese. Inoltre i gruppi tecnologici come Panasonic, Microsoft e Intel hanno notevolmente potenziato la loro produzione. Anche la sudcoreana Samsung sfrutta i vantaggi offerti dal Vietnam, facendovi assemblare il 40 per cento dei suoi dispositivi mobili.

Tuttavia il modello di crescita potrebbe raggiungere presto i propri limiti poiché, come lamentano i critici, la creazione di valore nel paese rimane bassa. Spesso infatti i dispositivi vengono soltanto assemblati in Vietnam, mentre tecnologia e software sono importati. «Dobbiamo arrivare più in alto nella catena di creazione del valore», afferma l'economista Le. Altrimenti il Vietnam rischia di seguire lo stesso destino di molti paesi emergenti e di rimanere bloccato nella cosiddetta «Middle Income Trap».

Sempre più disuguaglianza

La combinazione tra capitalismo e una potente élite di partito rende il paese un terreno complesso. «In parte predomina l'idea che gli affari siano un gioco a somma zero, in cui ci sono sempre un perdente e un vincitore», afferma la presidente della Fulbright Thuy.

Sicuramente anche il capitalismo è una sfida per il Vietnam. Se da un lato la liberalizzazione ha ridotto la povertà in maniera evidente, dall'altro sta provocando un rapido aumento della disuguaglianza. Tra il 1992 e il 2012, il consumo giornaliero medio del 10 per cento più povero della popolazione è aumentato di 1,3 dollari, ma per il 10 per cento più ricco l'aumento è stato di oltre 17 dollari. Tuttavia il Vietnam è considerato politicamente stabile. Purché tutti stiano meglio, quasi nessuno mette in discussione la situazione. Anzi, i vietnamiti fanno di tutto per collocarsi dal lato migliore della forbice sempre più larga fra ricchi e poveri.

Ma il crescente individualismo libera anche energie creative: i giovani imprenditori sperano che il successo economico porti anche a un'apertura politica del paese. «Cos'è l'identità vietnamita?», chiede il giovane imprenditore Son Ha. «Per molto tempo è stata la guerra vinta, ma ora non funziona più.» Son Ha crede che il nuovo Vietnam debba definirsi attraverso la forza economica e lo spirito imprenditoriale dei suoi abitanti.