Ignazio Cassis: «Non vi è alcuna garanzia di benessere»
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Ignazio Cassis: «Non vi è alcuna garanzia di benessere»

Il consigliere federale Ignazio Cassis esprime preoccupazione per la piazza economica svizzera, vorrebbe curare la malattia nazionale del perfezionismo e lancia un appello per gli accordi bilaterali.

Manuel Rybach: Signor consigliere federale, i cittadini ritengono che i problemi principali siano pensione, salute e cassa malati, nonché la questione dell'immigrazione. Come interpreta queste preoccupazioni?

Ignazio Cassis: Riflettono le classiche preoccupazioni dei paesi ricchi. Migrazione, disoccupazione e previdenza per la vecchiaia ruotano attorno ai temi chiave della nostra società: sicurezza, autonomia e la garanzia del nostro benessere. È interessante che il tema della salute e delle casse malati sia divenuto nuovamente scottante, nonostante da anni si discuta intensamente dell'aumento dei premi della cassa malati.

Da che cosa potrebbe dipendere?

Evidentemente la percezione del problema dipende dalla situazione specifica e dall'attualità. Altri problemi come gli stranieri, i rifugiati e la disoccupazione negli ultimi anni sono stati ritenuti ancora più importanti della salute. Tuttavia l'immigrazione è diminuita e il tasso di disoccupazione oggi è basso.

A causa del benessere, noi svizzeri soffriamo della malattia del perfezionismo

Consigliere federale Ignazio Cassis

Quali sono a suo avviso i problemi principali del paese?

Sostanzialmente mi preoccupa la piazza economica svizzera. Non possiamo semplicemente presumere che la nostra ricchezza sia un dono di Dio. Dobbiamo essere consapevoli che non vi è alcuna garanzia di benessere. Ciascuno di noi ne è responsabile.

Quali sono i fattori decisivi per il successo della piazza economica svizzera?

Dovremmo ricordarci di tre premesse centrali: abbiamo bisogno di mercati aperti, lo spirito d'iniziativa deve essere sollecitato e incentivato e necessitiamo di innovazione. Quest'ultimo aspetto sembra facile, ma richiede un cambiamento di mentalità. A causa del benessere, noi svizzeri soffriamo della malattia del perfezionismo. L'innovazione, tuttavia, è connessa a rischi ed errori. Per questo dobbiamo diffondere una cultura dell'errore, inteso come fattore produttivo, non negativo.

Nel Barometro delle apprensioni l'Europa è al 7° posto. Se tra il 1985 e il 1990 il 40% esprimeva ancora preoccupazione per UE/accordi bilaterali/integrazione, oggi è solo il 22%. La popolazione sottovaluta l'importanza dei rapporti con l'UE?

Non credo. Piuttosto ho l'impressione che il tema si sia stabilizzato. Un anno fa, nella fase finale della campagna elettorale per il Consiglio federale l'agitazione per i «giudici stranieri» e la «fine della democrazia diretta» era molto maggiore di oggi. Nel frattempo, la popolazione ha compreso che la questione è la regolamentazione dell'accesso al mercato e non la fine della democrazia, come si sosteneva da più parti. Forse è anche il risultato della grande sensibilizzazione che quest'anno le associazioni imprenditoriali hanno avviato e condotto insieme alla politica.

Alla domanda su come debba essere il rapporto della Svizzera con l'UE, nell'estate del 2018, al momento del sondaggio, il 65% ha risposto di voler proseguire gli accordi bilaterali. Inoltre, l'82% ritiene gli accordi bilaterali importanti o persino molto importanti. Come vede il futuro del rapporto della Svizzera con l'UE?

La Svizzera con gli accordi bilaterali vuole ottenere il miglior accesso possibile al mercato UE con la massima sovranità. In questo modo vengono coperti due obiettivi fondamentali della nostra costituzione, benessere e autonomia. Se gli accordi bilaterali saranno per noi la soluzione giusta anche in futuro, ci occorrerà il consenso dell'UE. Come è noto, per sposarsi bisogna essere in due. Ora, con l'accordo quadro istituzionale, stiamo lavorando a una soluzione e anche noi, come l'UE, cerchiamo di ottenere il massimo per la Svizzera.

Oltre la metà degli intervistati ritiene che, qualora peggiori l'accesso al mercato UE per l'economia svizzera, le relazioni commerciali con paesi terzi come la Cina o gli Stati Uniti potrebbero compensare adeguatamente la perdita. Questa posizione è realistica?

In linea teorica sarebbe possibile, ma concretamente richiederebbe molto tempo. Le aziende non cambiano così rapidamente né i modelli di business né la clientela. Inoltre, una semplice «compensazione» mi sembra un obiettivo troppo poco ambizioso. Voglio la crescita sia con l'UE che con i paesi terzi, in modo che la Svizzera rimanga in testa. Per questo motivo nei prossimi decenni dobbiamo mantenere gran parte delle nostre relazioni commerciali con l'UE e, in particolare, cosa che mi preme sottolineare, con i nostri paesi vicini. Non possiamo sottovalutare la loro importanza.

In che senso?

Tre esempi: il volume degli scambi con le nostre regioni confinanti supera di quasi un quarto l'intero volume con tutti i paesi BRICS, cioè con Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Il nostro attuale volume del commercio con il solo Baden-Württemberg e la Baviera supera di quasi un quarto quello con la Cina e quello con la Lombardia è maggiore di quello con il Giappone. Ovviamente vogliamo crescere anche nei nuovi mercati, ma sarebbe un'illusione pensare che nel breve termine possiamo sostituire il mercato UE con altri partner commerciali più lontani.

Come l'UE, cerchiamo di ottenere il massimo per la Svizzera.

Consigliere federale Ignazio Cassis

Il 69% auspica che la politica adotti un atteggiamento più offensivo rispetto all'estero. Come lo interpreta?

Lo intendo come un appello affinché la Svizzera si mostri più determinata e affermi con chiarezza che la nostra sovranità e i nostri confini sono importanti. Si tratta di un atteggiamento che a lungo non ha coinciso con lo spirito del tempo, ma che sta tornando a diffondersi in Europa. Questo genere di fiducia in se stessi è importante, ma al tempo stesso un eccesso di presunzione è sbagliato. Siamo ciò che siamo: ossia 8,5 milioni di persone nel cuore dell'Europa, circondati dall'UE. Siamo significativi dal punto di vista diplomatico ed economico, ma non siamo una potenza militare mondiale. Per questo motivo abbiamo bisogno di accordi multilaterali efficaci.

Lei sta lavorando alla visione di politica estera 2028. Qual è l'obiettivo?

Come già detto, attualmente il pendolo della globalizzazione si è invertito e i confini acquistano di nuovo maggiore rilievo. Ciò crea un mondo multipolare e meno sicuro con diversi attori. Per noi comporta la necessità di definire un posizionamento flessibile e intelligente, ad esempio adottando un dialogo aperto con tutti i paesi e offrendo i nostri servizi. Più aumentano i poli, maggiore sarà il rischio di tensioni. E noi svizzeri siamo gli specialisti della distensione. Un'ulteriore conseguenza della polarizzazione sarà che viaggiare potrebbe diventare di nuovo più complicato, a causa di controlli, visti e così via. Questo comporterà un aumento di lavoro per i nostri servizi consolari, nonostante la digitalizzazione. Contiamo 12,5 milioni di viaggi non di affari all'estero all'anno. Senza contare i circa 800 000 svizzeri che vivono all'estero.

Gli intervistati inviano segnali contrastanti in merito alla politica: da un lato, la fiducia nelle istituzioni politiche è straordinariamente alta, ma, al tempo stesso, si diffonde anche la sensazione di un fallimento politico. Rispetto al 24% nel 2017, oggi il 45% ha l'impressione che la politica fallisca spesso.

Non vedo alcuna contraddizione. Le istituzioni sono le infrastrutture, la politica è l'output. I nostri meccanismi funzionano bene e sono resistenti alle crisi. Ma il risultato, ovvero le decisioni adottate, risentono di una crescente incertezza. Ci sono questioni che riguardano il benessere economico stagnante, l'aumento dei conflitti globali e gli attacchi terroristici in Europa. Questi interrogativi possono generare una sensazione di fallimento della politica. Siamo in una situazione difficile, percepiamo che abbiamo minore controllo sul nostro destino rispetto a vent'anni fa.

Per quanto riguarda il futuro, gli svizzeri appaiono molto ottimisti: solo il 7% è dell'avviso che tra dieci anni staremo peggio. Condivide questo ottimismo?

Sì, e ci sono buone ragioni per farlo. La nostra società e la nostra economia poggiano su una base solida. In qualità di membro del governo questo è il risultato del sondaggio che mi fa più piacere. Rispecchia la grande stabilità della Svizzera e la diffusa fiducia di base della popolazione nel nostro paese.

Lei ha studiato medicina e ha lavorato come specialista in medicina interna. Cosa impara un medico che può essere utile in politica?

Il patologo e politico tedesco Rudolf Virchow una volta disse: «La politica non è altro che medicina su larga scala». E credo che avesse ragione. Medici e politici sono molto simili, per entrambi al centro dell'interesse c'è l'uomo, con tutte le sue contraddizioni, speranze e paure. Ed è tanto più sorprendente che io sia solo il secondo medico nel Consiglio federale. Il primo è stato Adolf Deucher, della Turgovia. Venne eletto nel tardo XIX secolo e rimase in carica quasi trent'anni. Un grande esempio (ride).