Rivoluzione streaming

Lo streaming rappresenta il secondo grande cambiamento nel modo di fruire della musica in soli dieci anni e pone fine alla precedente grande rivoluzione nel settore. 

La maggior parte degli investitori nel settore dei mezzi di comunicazione ha quasi rinunciato a credere nelle opportunità di crescita dell'industria musicale. E per motivi ben fondati: i ricavi annui del settore della musica registrata a livello globale sono costantemente calati dal 1999, anno in cui si sono avuti i primi segnali di tramonto dell'era del compact disc. Le case discografiche e gli editori musicali si sono dimostrati chiaramente incapaci di passare con successo dal vecchio modello di vendita di album su supporto fisico al nuovo modello dominato dalla musica digitale. Tuttavia, proprio mentre il moderno formato digitale sembra sul punto di annientare il settore, sta emergendo un'alternativa digitale ancora più innovativa che potrebbe rivelarsi una salvezza: i servizi di streaming on demand.

Streaming: crescita superiore al 50 per cento

È il secondo grande cambiamento nel modo di fruire della musica in soli dieci anni: le vendite digitali cedono il passo a piattaforme che permettono agli utenti, dietro pagamento di una quota mensile, di "noleggiare" la musica senza doverla acquistare in forma completa, ponendo così fine alla precedente grande rivoluzione nel settore. Secondo i dati rilevati da Nielsen SoundScan, dopo aver registrato un boom per dieci anni consecutivi, nel 2013 si è verificato il primo calo delle vendite di musica digitale tramite piattaforme quali iTunes di Apple. La stessa tendenza si è confermata lo scorso anno, con un calo globale della vendita di brani e album digitali rispettivamente del 12 per cento (1,26 miliardi di brani) e del 9 per cento (117,6 miliardi di album). Nel frattempo è esploso tuttavia il boom dello streaming audio, che solo lo scorso anno ha registrato una crescita del 54 per cento, raggiungendo 164 miliardi di brani riprodotti. Secondo il Credit Suisse, piattaforme come Spotify, Deezer e Beats Music sono destinate a sostenere la crescita dei ricavi derivanti dallo streaming musicale a pagamento, che sarà compresa tra il 50 e il 60 per cento nel biennio 2015-2016.

Possibile compensazione del calo dei download digitali

I ricavi delle piattaforme streaming sono cresciuti da quota zero nel 2008 a 1,1 miliardi di dollari nel 2013. Sin dalla sua nascita nel 2008, in un periodo generalmente caratterizzato da deboli consumi, Spotify ha visto crescere il numero dei suoi clienti paganti da zero a 10 milioni. Sebbene solo il 70 per cento di questi ricavi finisca effettivamente nelle tasche delle case discografiche, la crescita è così rapida che potrebbe addirittura superare il calo dei guadagni registrato per i download digitali. Altro aspetto rilevante è che, oltre a generare margini superiori rispetto alle vendite di musica su supporto fisico, lo streaming è ancora più redditizio della vendita digitale tramite iTunes e piattaforme analoghe e contribuisce pertanto a migliorare la redditività delle case discografiche in un momento di difficoltà sul piano delle entrate.

Sono gli abbonamenti a fare la differenza

La conferma è data dalle cifre rilevate dal Credit Suisse: le case discografiche realizzano margini del 40 per cento sulle entrate legate allo streaming, rispetto al 34 per cento sui download digitali e solo il 10 per cento sulle vendite su supporto fisico. Per la verità, un brano trasmesso in streaming rende a una casa discografica solo qualche centesimo. Sono invece gli abbonamenti a fare la differenza. Sempre secondo il Credit Suisse, un abbonamento a un servizio di streaming di 9,99 dollari al mese genera ricavi annui medi per il settore per circa 120 dollari – e il 70 per cento di questo equivale a 84 dollari – mentre il contributo medio annuo versato da chi acquista musica digitale ammonta a soli 50 dollari. Secondo l'analista del Credit Suisse Omar Sheikh, se prosegue il trend attuale – la banca stima che lo streaming a pagamento rappresenterà nel 2016 il 34 per cento del totale dei ricavi del settore della musica registrata contro solo il 14 per cento nel 2014 – nel 2016 le entrate globali del settore potrebbero tornare a crescere dopo 17 anni di cifre negative. Dopo un calo stimato del 4 per cento nel 2014, gli analisti prevedono una leggera contrazione dell'1 per cento per il 2015 e una crescita effettiva del 3 per cento per il 2016.

Apple si lancia alla scoperta dello streaming

Non sono solo le case discografiche a mostrare entusiasmo. Anche per Apple, che controlla già il 60 per cento del mercato del download digitale, si aprono rosee prospettive con lo streaming, grazie alla decisione di rilevare lo scorso anno il servizio streaming in abbonamento Beats Music. Nonostante le dimensioni ridotte rispetto a Spotify e la necessità di Apple di avviare una vera commercializzazione del servizio per i suoi circa 500 milioni di utenti iTunes, Beats contribuirà a diversificare ulteriormente le fonti di ricavo di Apple e a spingere sempre più consumatori verso i servizi streaming. "È probabile che Apple imprimerà un ulteriore impulso allo sviluppo del mercato della musica in abbonamento", sostiene Sheikh.

Taylor Swift: "La musica non dovrebbe essere gratuita"

Ma che ne pensano gli artisti? Molti di loro non sono entusiasti per la crescita dello streaming, in quanto la somma loro riservata in royalties per ogni stream è minima: Spotify destina a ogni artista solo 0,007 dollari per ogni brano riprodotto. È notizia risaputa che la popstar Taylor Swift lo scorso anno ha rimosso il suo intero catalogo da Spotify, in disaccordo con la policy del servizio che prevede di fornire agli utenti non abbonati un accesso gratuito alla musica. "La musica è arte e l'arte è importante e rara" ha scritto Swift in un articolo sul Wall Street Journal. "Le cose rare e importanti sono preziose e per questo devono essere pagate. Credo che la musica non dovrebbe essere gratuita".

Una luce in fondo al tunnel

Ciò che non è positivo per gli artisti può tuttavia rivelarsi vantaggioso per le case discografiche. Questo assioma, valido sin dall'epoca degli LP, trova applicazione anche nel mondo dello streaming, che rappresenta una possibile via d'uscita da un lungo periodo di risultati negativi. "I servizi di streaming a pagamento sembrano avere le carte in regola per realizzare una forte crescita", scrive Sheikh. "Se la musica in streaming a pagamento diventerà, come riteniamo, un prodotto di massa nel mercato dei media, vi saranno profonde implicazioni per la redditività delle case e degli editori discografici".

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su The Financialist.