Tavolarotonda: «I social media sono uno spazio reale, come il cortile di una scuola»
Articolo

Tavolarotonda: «I social media sono uno spazio reale, come il cortile di una scuola»

Due politici e un professore di pubblicistica commentano i risultati del barometro della gioventù, il ruolo dei social media nel processo politico, l'e-voting e la campagna elettorale americana.

Internet e i social media giocano già ora un ruolo rilevante nella politica svizzera?

Flavia Kleiner (FK): Sì, sempre di più. E hanno anche un grande margine di crescita.

Lukas Reimann (LR): Concordo, tuttavia già oggi i social media raggiungono un numero decisamente superiore di persone e un pubblico più variegato rispetto ad esempio agli incontri al bar di un tempo. Inoltre a differenza dei media tradizionali consentono un dialogo più intenso con la popolazione, la mobilitazione diretta degli elettori e di rivolgersi ai sostenitori in modo mirato riguardo a temi specifici. Sono un mezzo molto più diretto di un'intervista a un giornale.

Otfried Jarren (OJ): I social media sono in grado di influenzare le opinioni della gente in particolare in termini di popolarità degli argomenti e rapidità di reazione agli eventi.

Quali sono le differenze tra una campagna elettorale social e una tradizionale?

LR: Ci sono meno possibilità di confronto diretto tra avversari politici. E le attività sono troppo incentrate sulla mobilitazione e attivazione dei propri sostenitori. Un po' come persuadere chi è già persuaso.

FK: La comunicazione e la velocità sono diverse, e i contenuti vanno presentati in modo più mirato. Sui social media le campagne elettorali si conducono 24 ore su 24, tutti i giorni. Chi pensa di dedicarvi un'attenzione marginale e nel frattempo parla da palchi e affigge manifesti, è meglio che lasci perdere.

In Svizzera solo il 19 per cento dei giovani pensa che commenti e post su Facebook e Twitter siano veritieri, mentre ben il 70 per cento ritiene che questi canali siano manipolabili. Cosa comporta questa scarsa credibilità per la politica e i politici?

OJ: La manipolabilità e la scarsa credibilità dei social media nel campo dell'informazione politica ci aprono gli occhi sulla grande importanza dei mezzi di comunicazione tradizionali, dei canali SSR in primis, ma anche della stampa. Sempre dal barometro della gioventù si evince che i giovani ripongono la propria fiducia in particolare nella TV e radio svizzera, l'«NZZ» e il «Tages-Anzeiger». Indipendenza e professionalità nel giornalismo sono importanti per la comunicazione sociale e la contraddistinguono dalla comunicazione individuale o di gruppo.

LR: Da politico mi rasserena sapere che i giovani siano così scettici. Su Internet è ancora più facile lasciarsi manipolare che nei soliti contesti politici, penso all'acquisto di «Mi piace» o alla pubblicazione di commenti anonimi. È positivo che i giovani ne siano consapevoli…

FK: … e questo ci ricorda anche che la scarsa credibilità è un problema in ogni contesto della nostra vita. Dovremmo tutti combatterla in rete, impegnandoci a esprimere solo esternazioni autentiche.

Come nella vita reale, anche online c'è una forte rappresentanza degli interessi!

Otfried Jarren 

L'88 per cento degli intervistati ritiene che ci siano tanti troll in Internet, il cui intento è solo quello di provocare, senza apportare nulla di positivo. Com'è possibile portare avanti una discussione oggettiva e dignitosa?

FK: Chi dà spazio ai troll, ha già perso. Ci sono due armi contro i troll e vanno usate in combinazione: i fatti e il potere dei follower. Noi ricorriamo ai simpatizzanti del nostro movimento «Operation Libero», che scandagliano i social media e rispondono con i fatti ai troll, controbattono le loro affermazioni errate e parlano chiaro senza mai cadere nella maleducazione.

LR: La mancanza di ritegno dei troll che si nascondono dietro a una presunta anonimità talvolta può diventare molto pesante. D'altra parte non possono essere totalmente ignorati: sono anche una cartina tornasole di quelle che sono le vere opinioni e convinzioni personali della gente. Ecco perché a volte è necessario considerarli, per quanto possa essere spiacevole, per i politici in particolare.

Solo il 35 per cento dei giovani svizzeri crede che Facebook, Twitter e i commenti online aiutino a smascherare i complotti di potenti gruppi industriali, della politica o delle forze armate. Negli Stati Uniti, in Brasile e a Singapore la percentuale è molto più alta. Come mai?

OJ: È un fenomeno interessante. Forse agli utenti dei social media è sempre più chiaro che anche in quei contesti nel lungo termine non vengono perseguiti obiettivi comuni ma tutt'al più quelli di determinati gruppi. Come nella vita reale, anche online c'è una forte rappresentanza degli interessi!

FK: I social media sono sì globali, ma vanno sempre inseriti anche nel contesto locale. In altri paesi il loro uso in campo politico può essere molto più diffuso che qui da noi. In Sudamerica i social sono forse il mezzo più adatto per esprimere la propria opinione: lì la politica diventa un evento e un manifesto online. In Venezuela, ad esempio, la gente ha postato le foto dei propri pollici sporchi di inchiostro per dimostrare di aver votato. In Svizzera il lavoro politico e mediatico sui social è ancora arretrato.

LR: La rete ha anche rafforzato la pluralità di opinioni negli Stati Uniti, in Brasile e a Singapore sicuramente più che in Svizzera. Da noi grazie alla democrazia diretta e alle iniziative popolari c'era una grande pluralità di iniziative dal basso già nell'era pre Internet che davano la possibilità di conseguire importanti risultati anche a piccoli gruppi.

Sempre più giovani riportano episodi di mobbing su Facebook. Se nel 2011 erano l'11 per cento, nel 2016 erano già il 39 per cento. Lo Stato deve assumere un ruolo più decisivo in questo senso?

FK: I social media sono uno spazio reale, tanto quanto il cortile di una scuola, pertanto eventuali episodi di mobbing vanno condannati. Lo Stato può fare sensibilizzazione e giudicare i reati. Ma penso che in questo caso, come anche nella vita non digitale, la «community» debba assumere un ruolo importante. Amici, ONG e la pressione pubblica devono punire i fomentatori e pretendere comportamenti corretti.

LR: Sono d'accordo. Lo Stato non deve diventare la polizia di Internet e comminare sanzioni per post pubblicati su Facebook. Ma sensibilizzare è importante. E naturalmente i post penalmente rilevanti vanno denunciati.

OJ: Io parto dal presupposto che sui social si impongono regole e norme sociali per intervento da un lato dell'utilizzatore, dall'altro del mercato, poiché i fornitori desiderano che i loro utenti siano «soddisfatti». Si evidenziano poi significativi conflitti normativi. È il caso dei fornitori legati al contesto americano che sbarcano nei mercati europei. In questi casi si ricorre alla co-regolamentazione, ovvero alla partecipazione di autorità di regolamentazione indipendenti alla definizione delle regole e delle normative e alla loro attuazione. Per far questo è necessario un quadro legislativo. Le imprese private non sono disposte a sottostare ad alcuna autorità pubblica, ma allo stesso tempo mancano anche le autorità di autodisciplina. Ed è qui che deve intervenire lo Stato.

Lo Stato non deve diventare la polizia di Internet e comminare sanzioni per post pubblicati su Facebook.

Lukas Reimann 

Internet può riportare alle urne l'elettorato giovane?

FK: Certamente. La vita dei giovani si svolge in parte sui social media. Dobbiamo andare a prendere i potenziali elettori proprio lì, percorrere nuove vie di comunicazione e diffondere i contenuti in modo adeguato per quei canali. Inoltre bisogna essere consapevoli che sui social l'interazione è importante, non si comunica a senso unico come spesso accadeva in passato in ambito politico.

LR: Bisogna anche stare al passo con il linguaggio dei giovani. L'app Easyvote è un esempio positivo. La politica è resa semplice e comprensibile ma spiegata in modo neutrale e oggettivo, così per i giovani è più facile votare.

OJ: A mio avviso i motivi della partecipazione al voto e alle elezioni o dell'astensione sono molteplici e hanno a che fare solo marginalmente con i media. Il sistema delle istituzioni politiche con i suoi intermediari deve essere presente anche nella quotidianità politica e questo avviene sempre meno. Sono soprattutto i partiti svizzeri ad avere chiari problemi di accettazione.

I social media sono effettivamente così importanti nella campagna per le presidenziali USA o è un'esagerazione mediatica?

LR: Presentare il candidato alla presidenza come una star dei social media è stata un'abile mossa nella campagna di Obama. Ma i miliardi di fondi non sono stati spesi online. I social hanno anche consentito a candidati meno noti come Ron Paul di ampliare notevolmente la propria influenza.

È il momento di introdurre l'e-voting?

LR: Solo per i cittadini svizzeri residenti all'estero! Le possibilità di manomissione sono troppo elevate e i sistemi ancora poco maturi. All'estero si verificano continuamente gravi problemi, il che può distruggere la fiducia verso la democrazia. 

FK: Seguo i tentativi messi in atto in Estonia e in alcuni comuni svizzeri con grande interesse, ma non so ancora pronunciarmi.

OJ: L'e-voting necessita di fiducia istituzionale. Ma le istituzioni politiche «vivono» anche della loro visibilità, di atti collettivi, e agiscono tramite la loro immediatezza. Non sono affatto anonime, ed è questo che connota un sistema democratico.

Internet ha fatto nascere una nuova tipologia di politico, onesto ma indistinto?

OJ: Non credo. Ma ci sono sempre state personalità che hanno tentato e tentano di decidere i temi politici. Tuttavia questo non significa affatto che prendano anche decisioni politiche. Inoltre la molteplicità di canali diminuisce l'eco delle dichiarazioni dei singoli.

LR: È vero che anche nel mondo analogico ci sono sempre stati alcuni politici più onesti degli altri. Ma spesso i politici vicini al mondo di Internet individuano prima e meglio i veri problemi della gente rispetto a chi alla rete non dà troppa importanza. Se poi sanno anche intervenire, questo può essere il loro punto di forza decisivo.

FK: Naturalmente i social media ricompensano gli utenti che generano attenzione. Sono tuttavia convinta che l'attenzione si possa ottenere anche con una buona comunicazione politica, concisa, chiara e onesta.

Sui social media non si comunica a senso unico, come spesso accadeva in ambito politico.

Flavia Kleiner 

Dal 2010 il barometro della gioventù Credit Suisse individua i dieci maggiori problemi della Svizzera secondo l'opinione dei giovani. Che cosa vi ha colpito a tal proposito?

LR: Per i giovani l'immigrazione, la mancanza di integrazione e l'eccessiva presenza straniera sono, a ragione, temi sempre attuali, tanto più oggi. E loro sono i primi ad averne una percezione concreta e diretta: a scuola, quando usano i trasporti pubblici, escono di casa o cercano un posto di tirocinio. Molti giovani non capiscono perché la maggioranza della politica non risponde con misure più restrittive in materia di immigrazione e stranieri.

OJ: Le «preoccupazioni» variano a seconda dei grandi temi dell'agenda politica. Gli spostamenti indicano che il clima politico, con i suoi temi di attualità, viene percepito. E poi ci sono anche argomenti che rimangono costantemente sull'agenda dei problemi. Per alcuni «problemi» fortemente fomentati dalla politica – EU, rifugiati, migrazione, stranieri – le reazioni sono piuttosto pragmatiche.

FK: Mi colpisce che la previdenza per la vecchiaia sia nuovamente identificata come un grande problema. Il finanziamento a medio e lungo termine è effettivamente in pericolo. È evidente che in questo caso devono essere elaborate proposte ragionevoli in tempi rapidi. Le questioni europee invece non sono molto rilevanti, forse perché i giovani sono cresciuti conoscendo i vantaggi di una Svizzera centrale in Europa e non sono pienamente consapevoli di come attualmente questa conquista sia in pericolo.