«La sfera privata non è negoziabile»
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«La sfera privata non è negoziabile»

È stato Incaricato svizzero della protezione dei dati. Ha vinto la sua battaglia contro Google. È stato spiato per anni dal sistema di protezione dello Stato. Hanspeter Thür sa bene di cosa parla quando afferma: «I pensieri non sono più liberi».

Signor Thür, vorremmo mostrarle una foto: riconosce questo sportivo in sella a una bici da corsa?

Sono io. Bella foto, vero? È stata scattata da un collega lo scorso anno, quando ho affrontato in bicicletta il Passo dell'Albula. Sembra quasi che abbia vinto una corsa.

L'abbiamo scaricata dal suo account di WhatsApp. Un anno fa diceva di non utilizzare questo servizio di chat per principio. Cos'è successo?

È un esempio della forza della realtà. La mia famiglia è sparsa tra Sudafrica, Australia, California e Svizzera, così uno dei miei nipoti ha suggerito di creare una chat di gruppo per essere sempre in contatto. È molto pratica. Le principali domande che dobbiamo porci dinanzi a molti di questi servizi sono: quali sono i vantaggi? A quanto della mia sfera privata devo rinunciare? Nel caso di WhatsApp ho ceduto per motivi familiari.

Hanspeter Thür

Hanspeter Thür

Foto: Cyrill Matter

Siamo un po' delusi che un convinto difensore della sfera privata come lei abbia fatto marcia indietro: WhatsApp fornisce alcuni dati degli utenti alla casa madre Facebook, tra cui il numero di cellulare.

A mia difesa: quando sono state modificate le condizioni generali ho informato immediatamente la mia community mostrando loro come cambiare le impostazioni della privacy al fine di evitare che WhatsApp passi determinati dati a Facebook.

In generale, come mai è così importante tutelare la sfera privata?

Perché è uno dei pilastri della libertà. È parte integrante della dignità umana, ci consente di prendere le nostre decisioni più personali in modo autonomo. Ecco perché le elezioni sono eque solo se sono segrete. Uno Stato libero protegge un ambito mio personale di cui nessuno deve interessarsi e che forse nemmeno gli amici più stretti conoscono. Una struttura statale che non può o non vuole garantire questa tutela ha quanto meno tratti autoritari. La protezione della sfera privata è uno dei principi non negoziabili di uno Stato democratico e liberale.

Quali aspetti della sfera privata sono maggiormente in pericolo?

La rivoluzione tecnologica ha in sé un incredibile potenziale in termini di raccolta, analisi e utilizzo di dati personali. Pensate, ogni anno la quantità di dati personali registrati in formato digitale raddoppia. Dieci anni fa ero ancora convinto che una simile montagna di dati non potesse essere elaborata, tanto meno utilizzata. Mi sbagliavo. Oggi trovare l'ago nel pagliaio è letteralmente possibile.

Chi vuole eliminare i contanti vuole il controllo totale sul cittadino.

Cediamo i nostri dati volontariamente e in cambio riceviamo qualcosa. Cosa c'è di così grave? Dopotutto siamo cittadini maggiorenni.

Finché si vive in una democrazia funzionante potrebbero non esserci conseguenze. Ma un ordinamento democratico non è scolpito nella pietra, nemmeno quello svizzero, e al momento vediamo segnali che provano come non ci stiamo muovendo in una direzione liberale e democratica bensì autoritaria, in Occidente come in Oriente.

Non sarà troppo allarmista?

Una meravigliosa canzone popolare tedesca dice: «I pensieri sono liberi». Oggi dovremmo dire: i pensieri non sono più liberi, e quando i pensieri non sono liberi a rimetterci è l'essenza dello Stato liberale. Per la prima volta nella storia dell'umanità è possibile guardare nelle nostre teste. Con le nostre abitudini di consumo e navigazione in Internet, i «Mi piace» e i tweet mettiamo a nudo non solo le nostre consuetudini ma anche i nostri sentimenti e pensieri che vengono raccolti, analizzati e interpretati. Interi modelli di business si basano su questo processo, dai social network ai programmi di fidelizzazione della clientela. I dati rivelano un profilo della personalità che descrive nel dettaglio le preferenze, i pensieri, l'orientamento politico, le abitudini quotidiane e magari addirittura aspetti relativi alla salute.

Di cosa dobbiamo avere timore?

Nell'era digitale nessun dato è innocuo. È un aspetto a cui prestiamo troppa poca attenzione. Le assicurazioni sulla vita americane stanno già studiando come desumere informazioni su stile e aspettativa di vita dei clienti dai loro profili online e respingono le persone che non sono presenti sui social network perché non è possibile stabilirne il profilo di rischio. Ed è anche stato reso noto che all'arrivo negli USA è necessario rivelare quanto prima contatti del cellulare e password dei social network. E siamo solo all'inizio. Facebook esiste solo dal 2004, Twitter dal 2006 e Instagram dal 2010.

Il ritornello standard è: chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere.

E io ogni volta ribatto: vuoi che tutto ciò che accade nel tuo privato diventi di pubblico dominio? La frase implica che chi vuole tenere il privato per sé è perché fa qualcosa di vietato o disdicevole. Se la pensiamo così, allora nulla è più privato. Trovo inaudito che oggi ci si debba difendere se non vogliamo condividere degli aspetti della nostra vita con tutti. Questo è esattamente ciò che mi infastidisce maggiormente dei social media: le impostazioni standard sono studiate in modo che del mio profilo di privato ci sia molto poco. Ma dovrebbe essere esattamente il contrario e ci dovrebbero essere dei vincoli di legge in tal senso per gli operatori.

È necessario difendere le persone da se stesse?

No, ma le si deve mettere nella posizione di far valere i propri diritti. Per la maggior parte delle persone è difficile tenere il passo con l'evoluzione tecnologica, ecco perché è necessario un migliore quadro giuridico. Il problema naturalmente è che da singoli è improbabile mettersi contro lo Stato o aziende come Facebook e Google. Dev'esserci un'autorità, come l'Incaricato della protezione dei dati, che rappresenti le persone e lotti per questi interessi, come ho fatto io con Google Street View.

In veste di politico di sinistra, negli anni Settanta e Ottanta era sotto la sorveglianza del sistema di protezione dello Stato elvetico. Com'è stato?

Ero su una lista nera. C'erano persone incaricate di controllarmi personalmente. Un pensiero da incubo. Non voglio banalizzare, ma ciò che allora queste persone scoprirono sul mio conto sono sciocchezze rispetto alle informazioni oggi disponibili sui social media.

Dopo ogni attacco terroristico si fanno più insistenti le voci di chi pensa che le persone potenzialmente pericolose andrebbero monitorate maggiormente.

Capisco che in tempi di incertezza ci si chieda se si può fare di più e naturalmente è necessario che polizia e servizi segreti facciano il loro lavoro di sorveglianza. Tuttavia non dobbiamo illuderci che svolgere molte attività di intercettazione, pedinamento e spionaggio sia la chiave per avere il problema sotto controllo. Nemmeno con una sorveglianza continua si può impedire a qualcuno di lanciarsi su una folla con la propria auto come accaduto a Stoccolma, Londra o Berlino.

Come è possibile trovare un equilibrio tra sicurezza e libertà?

L'equilibrio lo dobbiamo negoziare noi di volta in volta come società. In uno Stato funzionante ci si può accordare su un equilibrio da aggiustare eventualmente con il tempo, deve essere un processo. Per me tuttavia ci sono determinati principi dello Stato di diritto che non possono essere sacrificati in nome di un'ossessione per la sicurezza.

Lei dove colloca il limite?

Con Big Data Analytics già oggi è possibile determinare, in base al profilo della personalità, le probabilità che una certa persona sviluppi comportamenti criminali. Cosa facciamo se l'algoritmo dà una probabilità dell'80 o persino del 90 per cento? Il mio limite è questo: non dev'essere permesso arrestare una persona in assenza di un sospetto fondato o metterla in galera a tempo quasi indeterminato in mancanza della sentenza di un tribunale.

Un'ultima cosa: vorremmo che lei commentasse alcune parole chiave.

Prego.

Contanti.

Senza contanti non c'è sfera privata. Chi vuole eliminare i contanti, e sono sempre più numerosi i governi che vanno in questa direzione, vuole il controllo totale sul cittadino. Lo Stato vuole sapere nel dettaglio per cosa spendo il mio denaro. Molte persone non si rendono conto di questo legame: l'abbandono del denaro contante ha molto a che fare con la rinuncia alle libertà. Il cittadino maggiorenne deve essere libero di investire i propri soldi come gli aggrada, di spenderli come e per chi meglio crede, senza che ci sia un controllo da parte dello Stato.

Segreto bancario.

Ne sono da sempre uno strenuo difensore. Come io sia organizzato dal punto di vista finanziario è parte integrante della mia sfera privata. Nessuno deve sapere quali sono i miei mezzi e come li impiego. Ma chi abusa del segreto bancario, ad esempio per sottrarsi alle imposte, perde questa tutela. Alcune banche hanno purtroppo trasformato il segreto bancario in un segreto per coprire l'evasione fiscale, ne hanno fatto un modello di business. La libertà non può essere sfruttata per nascondere un reato.

Scambio automatico di informazioni.

Posso accettarlo fino a un certo punto, ovvero fintanto che i principi dello Stato di diritto sono garantiti. Inizio però a storcere il naso quando sono coinvolti Stati non democratici. Non trovo ad esempio accettabile uno scambio automatico di informazioni con la Russia.

Abbiamo già perso la battaglia per la tutela della nostra sfera privata?

No, ma ci troviamo in una fase critica. In fin dei conti anche l'indifferenza delle persone costituisce un pericolo. Se vogliamo salvaguardare la nostra privacy non possiamo sottrarci al senso di responsabilità. Come cittadini dobbiamo essere più allerta, meglio informati e anche sviluppare un senso critico.