Marie-Gabrielle Ineichen-Fleisch: «Il perfezionamento professionale è sempre più importante»
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Marie-Gabrielle Ineichen-Fleisch: «Il perfezionamento professionale è sempre più importante»

Marie-Gabrielle Ineichen-Fleisch, direttrice della Segreteria di Stato dell'economia (SECO), sulla grande paura della disoccupazione, la futura ripresa economica e i rischi per il modello di successo svizzero.

Manuel Rybach: Signora Segretaria di Stato, secondo il barometro delle apprensioni la disoccupazione è da anni la principale preoccupazione degli svizzeri. Le sembra plausibile?

Marie-Gabrielle Ineichen-Fleisch: Perdere il lavoro è un dramma per chiunque. Quindi mi sembra perfettamente logico che rappresenti una tra le principali preoccupazioni. Se ora questo timore è nettamente diminuito, lo si deve probabilmente alla nostra assicurazione contro la disoccupazione. Particolarmente importanti sono le misure per il reinserimento. Chi perde il posto di lavoro può contare almeno su un sostegno e ha buone possibilità di reintegrarsi nel mercato.

Attualmente il tasso di disoccupazione è basso, ma alla luce della digitalizzazione dobbiamo aspettarci una moria di posti di lavoro?

La SECO non parte da questo presupposto. La digitalizzazione è una sfida, ma noi la consideriamo soprattutto un'opportunità. Se si osservano gli sviluppi in Svizzera, è evidente che in passato il mutamento strutturale non ha sottratto lavoro, anzi lo ha incentivato. Negli ultimi 25 anni sono stati creati oltre 800 000 nuovi posti. Certo, dall'industria e dall'agricoltura il baricentro si è spostato sul settore dei servizi. Ma ad ogni modo sono sorti molti nuovi posti. All'estero mi chiedono sempre come facciamo, nonostante le complesse sfide da affrontare, a mantenere così basso il tasso di disoccupazione, in particolare tra i giovani.

Il nostro sistema educativo con forte orientamento alla formazione professionale duale è diventato un vero modello da esportare.

Qual è la sua risposta?

In primo luogo grazie alla nostra regolamentazione prudente del mercato del lavoro. Secondo, i partner sociali in Svizzera sono strettamente coinvolti. E terzo, la formazione professionale duale ci offre un sistema d'istruzione molto vicino al mercato. Prima il basso tasso di laureati era oggetto di critiche, ora il nostro sistema educativo con forte orientamento alla formazione professionale duale è diventato un vero modello da esportare.

La digitalizzazione crea requisiti professionali del tutto nuovi, che trovano impreparati molti lavoratori. Per questo c'è chi chiede misure di protezione statale come per esempio il reddito minimo. Lei ritiene queste misure opportune?

Sì, se le persone vivono nell'incertezza. Oggi, oltre all'assicurazione contro la disoccupazione, esistono ammortizzatori come l'AI e l'aiuto sociale. E quando la situazione diventa molto complessa, entrano in gioco le prestazioni complementari – in questo siamo ben attrezzati. Per il futuro è molto importante il perfezionamento professionale. Anche a 40, 50 o 60 anni, bisognerebbe avere l'opportunità di imparare qualcosa di nuovo. Non intendo semplicemente un corso, ma una formazione continua che sia davvero utile per progredire o reinserirsi nel mercato del lavoro. Questo aspetto è sempre più importante.

Spetta allo Stato offrire questi programmi?

Si tratta di un compito congiunto dei soggetti pubblici e privati. Le aziende sanno meglio dove sorgeranno i lavori del futuro e quali competenze servono. Questa è la forza del sistema educativo duale.

Per le aziende si profila una fase di incertezza economica, perché l'ultima riforma dell'imposizione delle imprese, la cosiddetta RI imprese III, è stata bocciata dal referendum popolare. Ci saranno ripercussioni sulla congiuntura e sul mercato del lavoro svizzero?

È difficile stabilire un nesso tra un singolo evento e l'andamento complessivo dell'economia. In generale si può affermare che le attività d'investimento delle aziende subiranno una brusca frenata se l'incertezza aumenta. Al momento i segnali sono pressoché assenti. Nel primo semestre 2017 l'attività d'investimento delle imprese ha continuato ad aumentare. Spero che la nuova proposta di riforma fiscale venga approvata in tempi rapidi.

Non possiamo permetterci di riposare sugli allori, sarebbe molto rischioso.

RI imprese III o iniziativa contro l'immigrazione di massa: sembra che per l'economia sia diventato difficile raggiungere il consenso popolare.

Forse gli elettori pensano che non siano necessarie ulteriori misure di riforma, visto che loro stanno bene e l'andamento è positivo. Questo mi preoccupa molto. Non possiamo permetterci di riposare sugli allori, sarebbe molto rischioso.

Alla domanda se l'immigrazione sia positiva o negativa per l'economia, gli intervistati si sono schierati quasi equamente sui due fronti.

Mi auguro che l'attuazione dell'«iniziativa contro l'immigrazione di massa» abbia dimostrato ai cittadini che la Svizzera non ammette un'immigrazione incontrollata. Al contempo mi preoccupa la possibile carenza di lavoratori specializzati. Negli ultimi anni l'immigrazione è andata di pari passo con l'andamento dell'economia. Se l'economia gode di buona salute, aumentano gli arrivi in Svizzera e viceversa. Spero che questo sia possibile anche in futuro.

Il 62 per cento trova che la copertura finanziaria per la vecchiaia sia insufficiente.

Il nostro sistema dei tre pilastri fornisce un'adeguata garanzia del minimo esistenziale. E se necessario, sono previste anche prestazioni complementari. Molti anziani in Svizzera hanno messo da parte i loro risparmi. Negli ultimi decenni il rischio di povertà si è spostato dagli anziani ad altri gruppi, come le mamme single. Per questo sono importanti scuole in cui i figli siano seguiti per l'intera giornata, così che le mamme possano lavorare. L'attività lavorativa è ancora il miglior antidoto alla povertà.

Negli ultimi quattro anni la fiducia nelle banche è aumentata di 15 punti percentuali. Come se lo spiega?

Dalla crisi finanziaria, le banche hanno fatto passi da gigante. Hanno contribuito attivamente alla regolamentazione, guidato le discussioni in materia fiscale e potenziato la sicurezza. È un buon risultato, al quale si rende onore.

Come vede il futuro del modello di successo svizzero? Da cosa è minacciato?

In primo luogo, come accennato, mi preoccupa lo scarso entusiasmo per le riforme. Proprio i sistemi sociali necessitano urgentemente di garanzie durature. Un'altra minaccia è il protezionismo, ovvero il generale riserbo nei confronti dei mercati aperti e della globalizzazione. Il commercio estero è molto importante per l'economia svizzera, le nostre aziende realizzano una quota considerevole delle loro entrate all'estero. Se non disponiamo più o disponiamo solo in misura limitata di questo accesso ad altri mercati, è un problema. Non solo per le grandi imprese, ma anche e soprattutto per le PMI, che spesso esportano fino al 90 per cento. Terzo, sono in apprensione per l'andamento della produttività. Devono diventare più efficienti proprio i settori orientati al mercato interno, che non sono esposti direttamente alla concorrenza. Penso ad aree come la sanità, l'istruzione o l'agricoltura.

Dalla crisi finanziaria, le banche hanno fatto passi da gigante.

Cosa si deve fare affinché il paese continui a prosperare?

Occorre preservare le buone condizioni quadro e se possibile migliorarle. Dobbiamo garantire flessibilità al mercato del lavoro, una formazione ottimale e un sistema fiscale bilanciato. Inoltre bisogna prendersi cura delle finanze pubbliche e investire nell'infrastruttura. Non solo strade e ferrovie, ma anche in ambito digitale. Di recente la consigliera federale Doris Leuthard ha sottolineato che, se non sfruttassimo l'opportunità di passare alla nuova generazione di connettività 5G, l'economia ne risentirebbe. Non da ultimo dobbiamo curare e far crescere anche il nostro rapporto con l'UE.

Mercati come la Cina o l'India non diventano sempre più importanti?

Naturalmente. Ma l'UE rimarrà il nostro principale partner commerciale anche nei prossimi dieci anni. Non può essere sostituito da altri accordi di libero scambio.