Il ruolo futuro del Giappone sulla scena internazionale

In un mondo in cambiamento, in cui la ricchezza fa rotta verso est, un forte coinvolgimento del Giappone sulla scena internazionale è tanto auspicabile quanto necessario, ha affermato l'ex primo ministro Yoshihiko Noda.

In occasione di un Credit Suisse Salon svoltosi a Tokyo, l'ex primo ministro del Regno Unito John Major ha condotto un'intervista a Yoshihiko Noda. (Cfr. riquadro sottostante per ulteriori dettagli sul Credit Suisse Salon). Noda siede attualmente tra le file dell'opposizione nella Camera dei Rappresentanti come membro del Partito Democratico Giapponese (DPJ). Tra il 2011 e il 2012 ha occupato la carica di primo ministro del paese nipponico.

Quale dovrebbe essere il ruolo futuro del Giappone nella regione Asia-Pacifico?

Yoshihiko Noda: Dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo vissuto l'era della regione atlantica. Tuttavia, il 21º secolo sarà l'era della regione Asia-Pacifico. Ne sono certo. Quest'area geografica comprende gli Stati Uniti e, al fine di poter beneficiare dalla ricchezza creata, il Giappone dovrà esserne profondamente coinvolto.

Sarebbe opportuna la stesura di una Carta Pacifica – in linea con la Carta Atlantica (che definiva gli obiettivi post-bellici degli alleati). Ma da parte di chi? Certamente, a questo riguardo, il Giappone dovrebbe svolgere un ruolo primario, anche se per stato di diritto, consuetudine e tradizione democratica il partner principale è rappresentato dagli Stati Uniti. A entrambe queste nazioni spetta dunque un ruolo di leadership nel processo di definizione delle regole per la regione Asia-Pacifico. La Cina potrebbe poi inserirsi in un secondo momento; ciò sarebbe accettabile.

Lei ha affermato che il 21o secolo sarà l'era dell'area Asia-Pacifico. Come dovrebbero comportarsi gli Stati di questa regione per agevolare gli scambi commerciali reciproci?

Ritengo che il modo migliore sia attraverso l'accordo di libero scambio Trans-Pacific Partnership (TPP, attualmente in corso di negoziazione tra Giappone, Stati Uniti e altri 10 paesi nell'area del Pacifico). Alla luce della sua situazione demografica, il Giappone deve intercettare la domanda al di fuori dei propri confini. Il TPP è un punto di partenza che consentirà di ampliare il ventaglio di opportunità nella regione. Abbiamo profuso numerosi sforzi al fine di accelerare i negoziati, che però non hanno ancora raggiunto le fasi finali. Auspico che possano concludersi comunque nel prossimo futuro.

Il tasso ALS (accordo di libero scambio) del Giappone – ovvero la quota commercio estero realizzata con i partner ALS – si attesta attualmente attorno al 20%. L'incremento di questa percentuale costituisce in prospettiva futura una politica nazionale estremamente importante. In tal senso, le opportunità che scaturiscono dall'accordo TPP dovrebbero costituire un valido aiuto.

Esistono rischi potenziali per il commercio in forte espansione della regione Asia-Pacifico?

Potrebbero insorgere dei problemi nel Mar Cinese, costituito dal ramo Meridionale e da quello Orientale. La Cina sta diventando molto aggressiva nel Mar Cinese Meridionale. Di questa situazione si stanno ora rendendo conto anche Stati Uniti ed Europa.

Il processo legislativo trarrebbe beneficio dal coinvolgimento degli Stati Uniti, poiché consentirebbe di integrare più facilmente la Cina nel quadro generale. La sottoscrizione del TPP sarebbe un'eccellente opportunità per evitare conflitti nella regione del Pacifico.

Il Giappone è una nazione marittima, circondata dagli oceani. In che modo risulta influenzato dalla tensione crescente nel Mar Cinese?

Al largo delle coste nipponiche sono presenti mari profondi in cui è possibile reperire metalli preziosi e rari, nonché altre risorse minerarie. Per il Giappone è fondamentale avere il controllo delle sue 6800 isole e ciò potrebbe generare conflitti con altre nazioni. Noi giapponesi abbiamo l'obbligo di proteggere e controllare le nostre isole e i mari che ci circondano.

Nel 2012 il mio governo ha deciso ad esempio di nazionalizzare le Isole Senkaku, in precedenza di proprietà privata, per assicurarsi i diritti di proprietà, al fine di poterle controllare a lungo termine e in modo stabile. In quel momento la Cina non ha avuto alcuna reazione e non ci ha inviato alcun segnale. Per questo motivo siamo andati avanti.

Quali sono i rischi economici presenti nella regione?

L'accentuarsi delle disparità di reddito nel mondo costituisce il maggiore rischio specifico, in quanto ciò potrebbe portare a dei conflitti. Il coefficiente di Gini è un buon indicatore di disuguaglianza. Un valore superiore a 0,4 indica un rischio di tensione sociale. Nel 2012 sia gli Stati Uniti che la Cina, governati rispettivamente dal Partito Democratico e dal Partito Comunista, hanno evidenziato livelli record di questo coefficiente – in entrambi i casi superiori a 0,4.

In che modo la crescente disuguaglianza negli USA e in Cina può avere un impatto sul Giappone?

Gli Stati Uniti potrebbero diventare più isolazionisti e non assegnare priorità alle questioni asiatiche. E un simile sviluppo sarebbe ovviamente negativo (per l'intera area, Giappone incluso).

Per quanto riguarda la Cina, il fulcro della sua attenzione attualmente è rivolto a fronteggiare la corruzione interna e le frodi, con l'obiettivo di distogliere l'attenzione pubblica da questa disuguaglianza crescente. Ma la Cina potrebbe anche cercare di attrarre l'attenzione della popolazione su problematiche esterne, adottando provvedimenti drastici nel Mar Cinese con un atteggiamento molto aggressivo.

La politica di sicurezza giapponese deve essere basata sulla realtà. Dobbiamo mantenere la calma, non essere troppo drastici e adottare un approccio prudente.

L'attuale primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha compiuto viaggi in tutto il mondo. Il suo scopo è semplicemente accompagnare il Giappone verso il mondo globale o si prefigge altri obiettivi specifici?

L'attuale clima (parlamentare) in Giappone consente ad Abe di viaggiare molto all'estero. Quando io ricoprivo lo stesso incarico, la situazione era ben diversa. Devo confessare che un po' lo invidio. Abe si considera un po' come un portavoce del Giappone. È positivo che abbia l'opportunità di parlare a diversi paesi.

Dall'esterno sembra che i rapporti tra la Cina e il Giappone stiano migliorando, nonostante la controversia sulle Isole Senkaku. Qual è il suo parere a riguardo e in che modo si stanno evolvendo questi rapporti?

Dopo la nazionalizzazione delle Isole Senkaku il primo ministro cinese non voleva nemmeno stringermi la mano. Oggi siamo tornati a una situazione in cui i capi dell'esecutivo giapponese e cinese perlomeno possono parlarsi. È già un passo avanti.

Attualmente i nostri paesi rappresentano la seconda e terza potenza economica al mondo. Insieme possiamo superare le varie problematiche ed esistono ambiti in cui è possibile collaborare. Per fare ciò, entrambi i paesi dovranno utilizzare una grande dose di saggezza.

Il Giappone e la Cina non dovrebbero nutrire controversie e arenarsi su punti specifici, ma comportarsi da paesi responsabili e risolvere i problemi.

In che misura il Giappone è preoccupato della situazione in Corea del Nord? Che tipo di intervento raccomanda per affrontare la questione e fino a che punto lei ritiene che la Cina possa controllare le azioni di Kim Jong-un?

Non è chiaro se la Cina possa esercitare un'influenza (su Kim Jong-un) rispetto a quanto avveniva in passato (sotto suo padre). Esiste la possibilità che la Corea del Nord diventi incontrollabile.

La questione nucleare nordcoreana era sempre stata affrontata congiuntamente da Stati Uniti, Cina, Russia, Corea del Sud e Giappone. In passato la Cina era il paese più influente, ma sembra che oggi abbia perso un po' del suo ascendente.

Qual è la sua opinione sui rapporti tra Giappone e Russia? Quale ruolo dovrebbe svolgere la Russia nella regione Asia-Pacifico?

Rispetto alla questione Ucraina, sono del parere che non dovremmo mostrarci troppo compiacenti nei confronti della Russia e che dovremmo cooperare con la comunità internazionale, concentrandoci al contempo in misura maggiore sul trattato di alleanza USA-Giappone.

Di recente, il leader del parlamento russo ha incontrato il primo ministro Abe, il quale potrebbe aver voluto inviare a Putin un messaggio circa la problematica del Territorio del Nord (conosciuto anche come Isole Curili). Attualmente il Giappone sta adottando nei confronti della Russia un atteggiamento improntato alla distensione.

A questo proposito il nostro paese dovrebbe cooperare con la comunità internazionale, ma è chiamato anche a fronteggiare alcune questioni che vanno al di là di questo ambito. E questo è fonte di preoccupazione.

I rapporti nippo-americani sembrano procedere in una direzione ben precisa, in quanto gli Stati Uniti sono un buon mercato per il paese del Sol Levante. Sarebbe possibile avere sul territorio nipponico una presenza militare americana tale da fungere in un certo modo da deterrente per Corea del Nord e Cina?

Esiste già un'alleanza USA-Giappone e noi ospitiamo basi militari statunitensi ad Okinawa e in altre località. La presenza dell'esercito americano è essenziale per la sicurezza del Giappone, ma anche per l'intera regione Asia-Pacifico. Essa costituisce una risorsa pubblica il cui valore è destinato a crescere, e non a diminuire. A noi spetta mantenere questa risorsa e farne tesoro.

Ritiene che il Giappone avrebbe le capacità di sostenere una guerra?

Dopo il conflitto mondiale, il paese ha adottato un approccio pacifista. Propendo affinché il Giappone resti un paese in cui non possa svolgersi una guerra, in quanto i potenziali investitori avrebbero così la sicurezza necessaria per potervi investire.

Certamente da parte mia non auspico né che si verifichi una guerra, né che il Giappone venga coinvolto in un conflitto. Ma è necessario essere sempre preparati per qualsiasi scenario futuro.

Il primo ministro Abe di recente ha affermato che il Giappone non dovrebbe essere proiettato verso il suo interno. Questo atteggiamento è un problema noto? Qual è la sensazione dei cittadini al riguardo?

Il Giappone non è un paese chiuso in se stesso, né lo dovrà essere in prospettiva futura. Quando nel 2011 il terremoto e lo tsunami hanno colpito il paese, 160 nazioni e oltre 40 istituzioni internazionali ci hanno sostenuto da un punto di vista finanziario.

Il Giappone ha vissuto in modo pacifico per oltre 70 anni e ha offerto il proprio contributo nel mondo attraverso l'Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS). Inoltre abbiamo anche inviato persone e studenti all'estero. Questo è il vero motivo per cui stiamo stati supportati, non perché abbiamo o abbiamo avuto un atteggiamento rivolto verso l'interno.

Quali sono le principali sfide che il Giappone deve fronteggiare a medio e lungo termine?

Una sfida è la nostra situazione demografica, caratterizzata dall'invecchiamento della popolazione e da un basso tasso di natalità. Il nostro paese vive questa situazione in anticipo sul resto del mondo. Un'altra sfida è rappresentata dal cambiamento climatico. Dovremmo condividere con altri (le nostre esperienze in merito a) queste problematiche e cercare di offrire il nostro contributo.

Se lei occupasse il ruolo di primo ministro oggi, quali questioni interne sarebbero in cima alla sua lista delle priorità?

In passato il motore del Giappone era rappresentato dalla sua vastissima classe media, ottimista di poter innalzare il proprio standard di vita attraverso il duro lavoro. Oggi molte persone scendono invece la scala sociale verso i ceti più bassi. È proprio su questo fronte che il governo deve intervenire.

Personalmente ho una posizione del tutto diversa a quella dell'attuale primo ministro. Abe segue una politica con effetto a cascata secondo cui, se vengono adottati dei provvedimenti al vertice (della piramide del reddito), questi ultimi avranno ripercussioni e faranno la differenza alla base (della piramide del reddito). Una simile politica produce effetti in un periodo di forte crescita; al contrario in un tempo di crescita scarsa gli individui alla base della piramide necessitano di sostegno da parte delle politiche sociali, ovvero di una rete di sicurezza.

Il Giappone deve fronteggiare molte altre problematiche interne, ma io vorrei ricordare l'elevato numero di aziende nipponiche che prosperano da oltre un secolo. A livello mondiale sono oltre 5000 le società fondate più di 200 anni fa, e di queste ben 3000 sono giapponesi. La più antica azienda nipponica è stata fondata ben 1500 anni fa! Tutte sono sopravvissute a guerre, periodi di depressione e crolli finanziari.

Se teniamo bene a mente questi esempi, ritengo che le compagnie giapponesi saranno in grado di superare i problemi a cui il paese deve far fronte attualmente.