«La globalizzazione ha assunto un sapore più amaro»
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«La globalizzazione ha assunto un sapore più amaro»

Il mondo si trova davanti a una svolta, afferma lo storico Harold James. Viviamo in un'epoca minacciosa, dai risultati incerti. Un colloquio a tinte fosche, con un tocco finale di speranza.

Professor James, viviamo in un mondo più o meno stabile rispetto a venti o trent'anni fa?

Harold James: Dal 2008 il mondo è molto più instabile di quanto fosse alla fine del XX secolo. Se si guarda alla storia, spesso le grandi crisi finanziarie hanno prodotto un effetto destabilizzante sulla politica e le relazioni internazionali: è accaduto anche questa volta.

Da cosa lo desume?

I segnali sono molti! I paesi emergenti, che fino a poco fa crescevano rapidamente, hanno problemi; in misura lieve la Cina, in misura più marcata il Brasile o la Turchia. Nei paesi industrializzati molti governi non riescono più a spiegare la loro politica e a trovare maggioranze. Ne è un esempio la Brexit. Perché i britannici hanno votato a favore? Ovviamente, in parte, è stata una protesta contro l'Unione europea, ma anche una protesta contro il governo, che non ha saputo spiegare con chiarezza come la globalizzazione e la migrazione siano sostanzialmente un bene per l'economia britannica.

Considera il crescente scetticismo nei confronti della migrazione come un segno che ampi strati della popolazione ne abbiano abbastanza della globalizzazione?

Assolutamente sì. Del resto questa è una costante nella storia: già dai tempi di Aristotele è noto il risentimento nei confronti di prodotti, influssi o persone che arrivano da lontano. A innescare la rivoluzione americana, nel XVIII secolo, fu il Boston Tea Party, una protesta contro l'introduzione di prodotti di lusso dall'India o dalla Gran Bretagna da parte della East India Company. E anche all'inizio del XX secolo, nel periodo tra le due guerre, esplose una sorta di ondata anti globalizzazione, rivolta contro i prodotti stranieri.

Cosa è cambiato oggi?

Non si tratta più tanto di prodotti stranieri; ci siamo abituati alle t-shirt economiche o all'elettronica dall'Asia e non vorremmo più farne a meno. Oggi la protesta si rivolge piuttosto contro i flussi finanziari, contro le banche, soprattutto le banche estere, e contro i creditori stranieri. Si manifesta sotto forma di diffuse paure, per esempio nei confronti dell'ingegneria genetica, e soprattutto nei confronti dell'immigrazione. Il tutto, spesso, in regioni dove la migrazione non è affatto un problema; nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, in Polonia o in Slovacchia non si registrano grandi ondate migratorie. 

A cosa è dovuto questo rifiuto dello straniero? Un tenore di vita più basso, l'aumento della disoccupazione?

Non credo che abbia a che fare con un calo del tenore di vita. È piuttosto il risultato del cambiamento delle condizioni di vita. Le persone vedono infrangersi le loro aspettative di stabilità.

Perché?

Nella seconda metà del XX secolo, questo singolare periodo di prosperità economica, ci si poteva permettere di lavorare per un unico datore di lavoro. La situazione è completamente diversa ora. Ad avere questo lusso è solo chi lavora in ambito universitario. Tutti gli altri devono essere pronti a cambiare posto più spesso. Questa perdita di sicurezza, questo non sapere cosa ci riserva il futuro, produce un effetto molto destabilizzante. La globalizzazione ha assunto un sapore più amaro.

È ancora possibile un'inversione di rotta?

Sì, certo, ce lo insegna la storia. La ruota della globalizzazione ha già cambiato senso di marcia e anche oggi sono molti gli impulsi in questa direzione. Oggi la globalizzazione è molto più a rischio che nella seconda metà del XX secolo e all'inizio del XXI.

Nei suoi lavori giunge alla conclusione che molte fasi di globalizzazione alla fine siano collassate a causa di un conflitto militare. Vede anche oggi questo rischio?

Purtroppo sì. Oggi non ci si rende conto che dal 1949 fino al crollo del muro di Berlino vi sia stata una relativa stabilità; che una guerra è una catastrofe assoluta. 

Già dai tempi di Aristotele è noto il risentimento nei confronti di prodotti, influssi o persone che arrivano da lontano.

La guerra fredda come periodo di stabilità? Può spiegarci meglio?

Durante la guerra fredda era noto che l'uso delle armi atomiche avrebbe avuto conseguenze devastanti. Un missile sovietico su Francoforte o Parigi avrebbe provocato un immediato contrattacco. Le grandi potenze sapevano che, a suon di bombe, avrebbero provocato la fine della civiltà. Oggi si registrano conflitti di portata molto più ridotta, i cui protagonisti hanno dichiarato espressamente che l'uso delle armi nucleari tattiche non rappresenta più un tabu. Non si può più stimare con certezza quanto sia probabile una reazione. Questo ne facilita l'impiego e rappresenta una grande fonte di instabilità. Viviamo in un'epoca minacciosa.

Dove si collocano, a suo avviso, le regioni più instabili, su cui incombe il rischio di un'escalation?

Non si tratta di un solo territorio. È un susseguirsi di conflitti che va dal Mar cinese meridionale all'Asia centrale, fino al Medio Oriente e al Nord Africa. Un po' come un'area di tensione tettonica.

A quale epoca paragonerebbe l'età contemporanea?

Trovo molti parallelismi con l'epoca che precedette la Prima guerra mondiale. Del resto, nel 1914 molti davano per scontato che, grazie al commercio e ai nuovi mezzi di comunicazione, il mondo fosse così interconnesso da rendere impensabile una guerra. Poi molti credettero che sarebbe stata una guerra breve, non particolarmente distruttiva.

La storia non deve necessariamente ripetersi.

Naturalmente, la storia non si ripete mai nello stesso modo. Ma esistono queste tendenze generali: a un'epoca di grande intesa e solidarietà internazionale fa seguito un'epoca di maggior isolamento e chiusura. Però l'uomo continua a evolversi. Le tecnologie continuano a evolversi, non l'uomo.

Il progresso civile ed economico dell'umanità non conta?

Non vedo alcun segnale che l'umanità sia diventata migliore, più intelligente o più pacifica. Secondo un celebre libro dello psicologo dell'evoluzione Steven Pinker, «The better angels of our nature» («Il declino della violenza»), l'umanità nel complesso sarebbe diventata più pacifica. Mi spiace ma non condivido questa opinione. Alcuni potenziali di conflitto sono intrinseci alla natura umana. Aristotele potrebbe descrivere il nostro mondo attuale altrettanto bene di un pensatore del XXI secolo.

Cosa accadrà dopo la globalizzazione?

Gli Stati tenderanno a isolarsi, dando vita a un'economia autarchica, una società che gestirà in modo molto più restrittivo la migrazione, lo scambio di merci e il flusso di capitali. Il richiamo di un uomo forte si farà sentire sempre di più. Anche in questo caso esistono antecedenti storici: il fascismo italiano e tedesco e lo stalinismo erano anche modelli anti globalizzazione. Su un livello completamente diverso, molto meno radicale, già oggi possiamo osservare tendenze autocratiche: in Russia, in Turchia, in Europa orientale. Queste tendenze trovano sempre più sostenitori in Europa occidentale.

Non è un paradosso? Da sempre si dà per scontato che la globalizzazione degli ultimi trenta, quarant'anni abbia portato più prosperità nel mondo, riducendo la povertà.

Ed è esattamente così! In molti paesi la povertà si è fortemente ridotta, questa è una delle grandi conquiste della globalizzazione. Ma come ho già detto, per effetto della globalizzazione sono aumentate anche l'instabilità e l'incertezza. 

Questa perdita di sicurezza, questo non sapere cosa ci riserva il futuro, produce un effetto molto destabilizzante.

A beneficiare della globalizzazione sono stati soprattutto i piccoli Stati, come la Svizzera, il Lussemburgo o Singapore. Questo trend anti globalizzazione, queste tendenze isolazionistiche cosa significano per i piccoli Stati benestanti?

Qui tocchiamo un tasto importante. In effetti i piccoli Stati potrebbero essere definiti i vincitori della globalizzazione: oltre a quelli da lei citati, aggiungerei la Nuova Zelanda o l'Irlanda e, per un certo periodo, anche il Libano o il Kuwait. Anche questi ultimi, lo si dimentica spesso, erano stabili e prosperosi; poi sono caduti vittime di un quadro interno molto pericoloso.

Cito liberamente Schiller: nemmeno il più zelante può vivere nel benessere se le circostanze prendono una brutta piega.

Attualmente è questo il rischio per Singapore o la Svizzera. Sarebbe un' illusione credere che la Svizzera possa rimanere immune alla precarietà dell'Europa. Se oltre il confine domina un panorama di disgregazione e radicalizzazione, gli effetti si faranno sentire anche in Svizzera. Posso tornare brevemente alla sua domanda di prima, sui vincitori della globalizzazione?

Ma certo.

Se negli anni Novanta mi avesse chiesto chi avrebbe beneficiato in maggior misura dalla globalizzazione, avrei detto: i piccoli Stati, più dipendenti dagli scambi internazionali. Dagli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 e ancor più dalla crisi finanziaria del 2008, stiamo assistendo a una nuova versione di globalizzazione, che ha stretti legami con il potere politico e militare. Oggi i vincitori della globalizzazione sembrerebbero più la Cina o gli Stati Uniti.

Lei conosce bene la Svizzera. È estremamente stabile dal punto di vista politico e gode di ampio successo economico e sociale. In qualità di storico dell'economia, quali sono secondo lei i motivi?

La cosa interessante è che in Svizzera agiscono allo stesso tempo più forze sostanzialmente centrifughe: plurilinguismo, contrasto città-campagna, differenze religiose – anche la breve guerra civile del XIX secolo, la Guerra del Sonderbund, fu un conflitto religioso. In che modo la Svizzera ha tenuto sotto controllo queste forze centrifughe? Con le buone istituzioni. Con la responsabilità politica. Con governi rappresentativi a tutti i livelli politici: comunale, cantonale, nazionale. La democrazia in Svizzera ha avuto un andamento più stabile che nella maggior parte degli altri Stati europei.

In che modo?

Da tempo nell'Europa non svizzera era diventata una consuetudine passare da centro-destra a centro-sinistra o viceversa. Se non si era soddisfatti del governo, si eleggeva il partito avversario. I partiti di centro si sono uniformati sempre di più. Per esempio, in Germania le differenze tra SPD e CDU sono quasi del tutto sparite. Per questo gli elettori scelgono le opzioni più radicali alle due estremità dello spettro politico.

Cosa significano le tendenze anti globalizzazione per il futuro della piazza finanziaria svizzera?

Sicuramente è positiva la straordinaria stabilità politica del paese, così come la tradizionale stabilità del franco svizzero. Da generazioni è una delle monete più solide al mondo. Quanto maggiore è la paura del grande crollo, tanto più i russi, i cinesi e i cittadini di altri paesi tendono a collocare il loro denaro in paesi sicuri come la Svizzera. Tuttavia non sarà facile per la piazza finanziaria svizzera. Ad ogni ondata anti globalizzazione i flussi di capitale sono stati nazionalizzati nella massima misura possibile, per evitare che i cittadini portassero il denaro all'estero.

I tassi d'interesse bassi sono una rarità storica?

In realtà, negli ultimi sessanta, settant'anni, si sono visti spesso tassi reali negativi. Per esempio negli anni Settanta, al termine della crisi petrolifera, i tassi d'interesse nominali erano effettivamente piuttosto alti. Ma i tassi di inflazione erano così elevati che in molti paesi gli interessi reali risultavano negativi. I tassi d'interesse nominali negativi, così come si hanno oggi in Europa e in Giappone, sono invece un fatto unico. Solo la Svizzera li ha già applicati una volta nel 1978. Naturalmente questo è fonte di grande ansia. 

Le tecnologie continuano a evolversi, non l'uomo.

Come usciremo da questa situazione?

Non è affatto semplice. Ad ogni tentativo della banca centrale americana di alzare i tassi, se ne osservano rapidamente le conseguenze negative sui paesi emergenti. È come prendere un farmaco potente e poi non riuscire a smettere, perché ne siamo dipendenti e le conseguenze della sospensione sarebbero molto dolorose, praticamente insopportabili. Per i governi, i tassi d'interesse bassi comportano anche la trappola dell'indebitamento. Diventano sempre più vulnerabili quando poi si giunge a una via d'uscita.

A suo avviso, quali tentativi si intraprenderanno per liberarsi da questa «dipendenza»?

È probabile che ci si ispiri agli anni Cinquanta e Sessanta. Quella fu un'epoca molto favorevole dal punto di visto economico, sebbene i mercati dei capitali fossero piuttosto isolati. Potrebbe essere interessante l'introduzione, a livello mondiale, di forti controlli di capitale in modo da stabilizzare il mercato internazionale. In un contesto nazionale, questa misura renderebbe molto più facile la gestione delle uscite e del debito pubblico.

La vede come un'opzione realistica?

È una cosa logica. E non esistono molte alternative.

Questo scenario è minaccioso?

Sicuramente. Annullerebbe ulteriormente gli effetti della globalizzazione, decentralizzando la collaborazione internazionale. 

Sarebbe un' illusione credere che la Svizzera possa rimanere immune alla precarietà dell'Europa.

Nella sua ricerca giunge alla conclusione che in tempi di crisi le imprese di famiglia abbiano un effetto stabilizzante. Può spiegarci meglio?

Mi era stato chiesto perché nel XVIII e XIX secolo il capitalismo familiare fosse molto più consolidato nell'Europa continentale che in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. Io ho individuato la motivazione nella costante instabilità politica dell'Europa. Se non ci si può fidare dello Stato, in chi si ripone la propria fiducia? Nei parenti. Si tratta di una buona soluzione per alcune tipologie di servizi e produzioni industriali, orientate al lungo periodo e alla continuità.

Nel suo libro «Family capitalism» sostiene che, in qualsiasi era economica, le donne abbiano sempre svolto un ruolo di enorme importanza.

All'epoca erano le donne a guidare molte imprese industriali europee. L'industria siderurgica francese e tedesca sarebbero state inimmaginabili senza di loro.

Come è accaduto?

Si trattava quasi esclusivamente di vedove che alla morte del marito assumevano le redini dell'impresa di famiglia e la guidavano con successo: per esempio in Germania Therese Krupp o Aletta Haniel, in Francia Joséphine de Fischer de Dicourt della dinastia dei De-Wendel o naturalmente Barbe-Nicole Clicquot-Ponsardin, il cui champagne Veuve Clicquot gode ancora oggi di fama mondiale. Le donne hanno garantito la continuità di generazione in generazione. Queste «catene di DNA», come io le definisco, in tempi di crisi non solo hanno tenuto vive le imprese di famiglia, ma anche l'ordinamento economico del capitalismo.

In seguito le donne nelle imprese non hanno più svolto ruoli così significativi. Cos'è successo?

La società anonima. A partire dalla metà/fine del XIX secolo ha costituito uno strumento per assicurare la continuità di un'impresa sul piano giuridico. Non c'era più bisogno delle donne. Praticamente sono state escluse dal mondo degli uomini.

Lei ha una visione cupa della situazione mondiale. Che cosa la induce all'ottimismo?

Vedo speranza, per esempio, nel campo della medicina, in cui sono possibili innovazioni radicali. Si parla già di possibili rimedi efficaci contro l'Alzheimer. Questo sarebbe un enorme successo.

L'intervista è stata realizzata il 5 settembre 2016.