C. Markwalder: Neutralità non significa passività!
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C. Markwalder: Neutralità non significa passività!

Christa Markwalder, la nuova prima cittadina svizzera, a colloquio su rifugiati, la sinistra patriottica, i negoziati con l'Europa e il suo motto per l'anno di presidenza: "rispetto". 

Simon Brunner, Elena Scherrer: Gli svizzeri si preoccupano principalmente per: 1° disoccupazione, 2° questioni legate agli stranieri e 3° AVS/previdenza per la vecchiaia. Lei dove scorge i principali problemi del paese?

Christa Markwalder: A mio parere la sfida principale per la Svizzera è come mantenere la competitività internazionale e l'attrattiva come piazza imprenditoriale. Ciò ovviamente ha ripercussioni sul mercato del lavoro, ovvero sul basso livello di disoccupazione o sul suo incremento. Altri importanti cantieri sono la previdenza per la vecchiaia 2020, la strategia energetica 2050 e il nostro futuro rapporto con l'Europa.

Dal 2009 le preoccupazioni dovute agli stranieri hanno fatto registrare un forte aumento. Si considerano infatti un problema sia gli immigrati in generale, sia i richiedenti asilo. Perché? Cosa bisogna fare?

Il fatto che l'iniziativa contro l'immigrazione di massa sia stata accettata, se pur di poco, è espressione di questa crescente apprensione. Anche se l'immigrazione accresce la pressione urbana o i colli di bottiglia nelle capacità di traffico, non si può trascurare il lato positivo: grazie alla libera circolazione delle persone, disponiamo di stranieri molto più qualificati che con il loro lavoro, le loro imposte e i loro consumi contribuiscono al benessere della Svizzera. Abbiamo anche rafforzato il diritto di pianificazione del territorio e stiamo per ampliare la rete di trasporto. Inoltre, anche le imprese dovranno rivedere la loro politica di reclutamento, in ultima analisi è in loro potere rivolgersi a manodopera specializzata già residente in Svizzera.

La Svizzera vanta una lunga tradizione di accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo. È in pericolo questa tradizione? Quale ruolo deve assumere la Svizzera nell'attuale questione dei rifugiati?

Siamo orgogliosi della nostra tradizione umanitaria, e a gran ragione: io non la vedo in pericolo, sempre che non diventi oggetto di speculazioni. Abbiamo sostanzialmente accelerato le procedure di asilo: non bisogna più attendere anni prima che una decisione entri in vigore. Paradossalmente l'UDC ha lanciato il referendum contro la revisione della legge sull'asilo.

Se interrogati sul futuro rapporto con l'UE, il 47 per cento degli intervistati predilige in prima linea la via bilaterale, solo il 18 per cento si esprime a favore di una disdetta. Cosa significa ai fini dell'atteggiamento del governo svizzero nei confronti di Bruxelles?

È nostro interesse promuovere relazioni distese e regolamentate con l'UE, in fin dei conti è da questo che dipende essenzialmente il nostro benessere. Ma per prima cosa dobbiamo trovare un modo per attuare l'articolo della Costituzione sul controllo dell'immigrazione senza compromettere gli accordi bilaterali. Quindi intendiamo consolidare e ampliare gli accordi bilaterali in un quadro istituzionale. L'ampio sostegno della popolazione ci consentirà di negoziare meglio con Bruxelles.

Come principale minaccia all'identità svizzera viene citato l'egoismo (71 per cento), ancora prima dell'UE e dell'immigrazione. Come interpreta questo risultato?

La nostra società è individualizzata al punto che si sono sviluppati i più disparati modelli di vita e di famiglia e purtroppo la disponibilità al volontariato è in calo. Perché proprio questo impegno per la società, a livello di politica, cultura, sport o organizzazioni di pubblica utilità, è tra le conquiste della Svizzera e appartiene al nostro sistema della milizia.

Negli ultimi dieci anni l'"orgoglio di essere svizzeri" è costantemente aumentato, soprattutto nello schieramento politico di sinistra che oggi è più rappresentato della destra nel gruppo "molto orgogliosi". La destra ha perso in "elveticità"?

Sono lieta che l'orgoglio per il nostro paese sia così spiccato in tutti gli schieramenti politici.

La popolazione svizzera ha molta fiducia nel Consiglio federale, nel Consiglio nazionale e nel Consiglio degli Stati, le istituzioni godono di livelli di fiducia inimmaginabili per i politici di altri paesi. Perché qui la politica gode di una così buona reputazione?

A mio avviso è espressione dell'apprezzamento per il nostro lavoro. Sicuramente la democrazia diretta svolge un ruolo positivo, in quanto consente ai cittadini di partecipare alle decisioni e sentirsi parte integrante del sistema politico. A mio avviso, anche la partecipazione relativamente bassa al voto è più indice di soddisfazione che di malcontento politico.

Nei risultati del sondaggio emerge ripetutamente l'importanza della neutralità. È segno che gli svizzeri, in questi tempi turbolenti, vogliono prendere le distanze?

Neutralità non significa passività! Anche in qualità di Stato neutrale ci assumiamo responsabilità internazionali con il nostro impegno nella comunità di Stati, l'aiuto umanitario, buoni servizi o mandati come potenza protettrice.

In relazione a Internet vengono avanzate chiare richieste alla politica, si pretende una "migliore tutela dei dati personali e delle foto" e "il perseguimento penale per attacchi all'identità digitale". Si fa abbastanza in proposito?

La protezione dei dati nell'era digitale è un'enorme sfida, perché Internet non conosce territorialità. La Svizzera fa bene a riflettere sull'eventualità di introdurre anche qui un "right to be forgotten" ("diritto all'oblio"). L'anno scorso, a tutela dell'identità digitale, il Consiglio nazionale e il Consiglio degli Stati hanno sottoposto al Consiglio federale una mozione del mio collega del PLR Raphaël Comte affinché l'abuso dell'identità digitale diventi sanzionabile. In ultima analisi su Internet è un po' come nella vita: vale il principio della responsabilità del singolo e si deve postare solo ciò di cui in seguito si potrà rispondere.

Il 68 per cento chiede il diritto di codeterminazione tramite Internet; gli svizzeri residenti all'estero possono già votare ed eleggere in rete. Quando potrà farlo chiunque?

Spero presto, perché questo è un passo logico nell'era digitale, come un tempo lo fu l'introduzione del diritto di voto e di eleggibilità per corrispondenza. Il voto elettronico non è importante solo per gli svizzeri residenti all'estero, ma renderà la codeterminazione democratica più interessante anche per i "digital natives".

In qualità di "prima cittadina svizzera" cosa si è riproposta per il suo anno di presidenza?

Da un lato mi preme un Consiglio efficiente, in cui vengano condotti dibattiti leali, rispettosi e ricchi di contenuti. Dall'altro vorrei rappresentare sia all'interno che all'estero i nostri valori e punti di forza, come libertà e senso di responsabilità, democrazia e Stato di diritto, tolleranza e solidarietà, efficienza e affidabilità. Il motto del mio anno di presidenza è semplicemente "rispetto".