«L’Iniziativa per gruppi responsabili riguarda anche le PMI.»

«L’Iniziativa per gruppi responsabili riguarda anche le PMI.»

L’approvazione dell’Iniziativa per gruppi responsabili penalizzerebbe fortemente molte aziende svizzere: non solo i grandi gruppi, come suggerisce il nome, ma soprattutto le PMI. Manuel Rybach, Global Head of Public Affairs and Policy di Credit Suisse, illustra i motivi nell’intervista.

Manuel Rybach

Manuel Rybach, nella sua veste di Global Head of Public Affairs and Policy presso Credit Suisse, è responsabile delle relazioni con la politica e della sostenibilità.

L’Iniziativa per gruppi responsabili intende imporre norme vincolanti per i gruppi a tutela dell’uomo e dell’ambiente. Non le sembra ragionevole?

Prima di parlare con piacere del contenuto dell’iniziativa, desidero ricordare che la denominazione Iniziativa per gruppi responsabili spesso utilizzata è fuorviante.

Per quale motivo?

Questa definizione succinta lascia intendere che riguarderebbe solo le imprese più grandi e i gruppi. Ma non è così, al contrario: la sua attuazione interesserebbe proprio anche le piccole e medie imprese. Di conseguenza, si dovrebbe parlare piuttosto di Iniziativa per imprese responsabili, poiché riguarderebbe tutte le imprese e l’intera economia.

E quindi anche le molte PMI svizzere. I promotori affermano tuttavia che le PMI sarebbero escluse dall’iniziativa, a meno che operino nei «settori di rischio» come il commercio di materie prime. Dove sta la verità?

Tutte le imprese sono interessate dall’iniziativa. Nel testo dell’iniziativa, si legge che il legislatore tiene conto delle esigenze delle piccole e medie imprese, ma quest’esclusione è impossibile nella prassi: gli obblighi di diligenza sono così ampi che proprio le piccole imprese non potrebbero permettersi, per considerazioni sui rischi, di applicare uno standard di responsabilità meno rigoroso di quello delle grandi imprese. Queste ultime sono già ben posizionate e dispongono di team appositi. Le piccole imprese dovrebbero invece dotarsi delle relative capacità con grande dispendio. Inoltre, per proteggersi, le grandi imprese estenderebbero ai fornitori i loro requisiti in termini di diritti umani e di protezione ambientale tramite contratti; in questo modo, le PMI dovrebbero sostenere oneri finanziari e amministrativi molto grandi.

Vi sono molte imprese svizzere con affiliate all’estero. In quale misura sarebbero interessate dall’iniziativa?

Queste imprese ne sarebbero interessate in pieno; per la verifica dovrebbero sostenere pesanti oneri amministrativi e spese finanziarie elevate. Ma non è nemmeno necessario che siano affiliate, perché rientrano nell’obbligo di diligenza anche i fornitori e l’intera catena di creazione del valore. Questo la dice lunga sull’entità dell’onere. Si introdurrebbe un regime in cui le imprese sarebbero costrette a giustificarsi costantemente. Si verificherebbe un’inversione dell’onere della prova, diametralmente opposto ai principi del diritto svizzero.

L’iniziativa è però contro irregolarità che nessuno approva effettivamente: i promotori intendono impedire il lavoro minorile, condizioni di lavoro abusive e il degrado ambientale. È quindi sensato avere un quadro giuridico di base?

Il rispetto dei diritti umani, così come la protezione dell’ambiente, sono un requisito fondamentale dell’economia svizzera. Per questo motivo sono già state implementate molte misure. In primo luogo, la partecipazione attiva della Svizzera nella Commissione dell’OCSE in materia di «Responsible Business Conduct». Nell’ambito della realizzazione delle linee guida OCSE per le imprese multinazionali è stato istituito il Punto di contatto nazionale (PCN) addetto alle linee guida OCSE. Il PCN funge da piattaforma di dialogo e ufficio di conciliazione informale in caso di possibili violazioni delle linee guida, per quanto riguarda una soluzione dei problemi e la mediazione tra le parti.

Ciò significa che esistono già strumenti reali?

Con questi strumenti e queste misure abbiamo già tracciato un percorso di cooperazione tra economia e società. Per contro, l’iniziativa comporterebbe una "giuridicizzazione" rigida, con obblighi di verifica di ampia portata e disposizioni in materia di responsabilità uniche a livello mondiale. La collaborazione corrente potrebbe essere compromessa e, con ciò, aggravare inutilmente le possibili ottimizzazioni. Inoltre, la responsabilità imprenditoriale verrebbe ridotta a questioni puramente formali e giuridiche.

In quale misura ritiene che la responsabilità e gli obblighi di diligenza correlati siano eccessivi?

L’iniziativa richiede un obbligo di diligenza completo per tutte le relazioni d’affari dell’intera catena di approvvigionamento. Che sia eccessivo, lo conferma anche il Consiglio federale che riscontra problemi di implementazione nella gestione quotidiana. Occorre sapere che già oggi vi sono standard a livello sia internazionale e nazionale sia imprenditoriale, attuati in particolare negli ultimi anni, che vengono costantemente ottimizzati. I criteri chiave sono i principi guida dell’ONU per l’economia e i diritti umani con il relativo Piano d’azione nazionale della Svizzera, il Piano d’azione svizzero sulla responsabilità sociale d’impresa (RSI), ma anche le certificazioni volontarie e gli standard settoriali. Sono eccessive anche le nuove disposizioni in materia di responsabilità correlate all’inversione dell’onere della prova. Una tale regolamentazione sarebbe unica a livello mondiale e significherebbe alla fine che le imprese risponderebbero anche all’estero per circostanze ed entità semplicemente non controllabili con un onere sostenibile, ossia una responsabilità senza colpa. È anche importante non dimenticare che l’iniziativa compromette la competitività della Svizzera, in quanto molte imprese ci penserebbero due volte prima di assumersi un tale onere supplementare. In talune circostanze, le PMI svizzere avrebbero difficoltà a ottenere incarichi da imprese più grandi, flessibili a livello di sede.

Cosa significherebbero concretamente gli obblighi di diligenza in termini di onere per le imprese?

Si dovrebbe quantificare a livello individuale. Si può però affermare che le imprese con procedure di verifica complete dovrebbero sostenere spese supplementari ingenti, anche sotto forma di spese di viaggio e per il personale. Dovrebbero presentare numerosi certificati aggiuntivi di conformità, ma sarebbero comunque esposte al rischio di processi civili. Inoltre, dovrebbero attendersi controlli più severi in merito al rispetto dei nuovi obblighi da parte di committenti e clienti, che sarebbero inaspriti dall’inversione dell’onere della prova introdotto con la realizzazione dell’iniziativa.

Con l’approvazione dell’iniziativa, la Svizzera andrebbe oltre rispetto ad altri paesi e diverrebbe, in termini di responsabilità, uno Stato modello. Potrebbe essere anche un vantaggio?

La Svizzera non diverrebbe uno Stato modello, lo è già: gli organi direttivi delle imprese svizzere, ai sensi del diritto vigente, sono tenute al rispetto dei diritti umani e degli aspetti ambientali la Svizzera dispone già, nel suo ordinamento giuridico, di obblighi di diligenza estremamente ampi. Come ho già detto, con l’attuale impegno e i correnti sviluppi in ambito RSI, la Svizzera è ai vertici mondiali. L’iniziativa non comprometterebbe solo questi sforzi, ma danneggerebbe anche l’intera economia nazionale svizzera con la riduzione della competitività delle imprese svizzere. Pensando al futuro, è evidente che l’iniziativa potrebbe compromettere soprattutto i posti di lavoro dei fornitori.

Con l’approvazione, l’iniziativa potrebbe quindi anche sfavorire proprio chi il disegno dovrebbe in realtà proteggere…

Esatto. Tuttavia, per assicurare il rispetto dei diritti umani e degli standard ambientali, la via attuale è corretta; l’iniziativa ricorre invece secondo noi a mezzi errati. A ciò si aggiunge il fatto che, nell’ottica delle relazioni internazionali, è spinosa anche politicamente: nel nuovo ordinamento vi sarebbe la precedenza di fatto del diritto svizzero all’estero. Ciò significa che il diritto svizzero verrebbe applicato a livello extraterritoriale, il che rappresenterebbe una grave intromissione nella sovranità di altri paesi. Inoltre, vi sarebbero importanti problemi pratici, p. es. nell’assunzione di prove dei tribunali svizzeri all’estero.

Per la Confederazione, l’iniziativa si spinge troppo oltre soprattutto nell’ambito della regolamentazione della responsabilità. Al contrario, il Consiglio federale punta a una procedura concordata a livello internazionale e a strumenti esistenti, più precisamente ai Piani d’azione deliberati solo recentemente. Qual è la loro portata? Possono fare la differenza?

A livello contenutistico, i Piani d’azione sono di ampia portata come l’iniziativa, puntano però sulla cooperazione anziché sul confronto. Il Piano d’azione nazionale per l’economia e i diritti umani concretizza i principi guida vigenti dell’ONU in questi ambiti e stabilisce le relative aspettative del Consiglio federale nei confronti delle imprese. Il Piano d’azione RSI fa riferimento a svariate iniziative e standard settoriali nazionali e concordati a livello internazionale che, nella prassi, funzionano già e forniscono risultati. Molte di queste iniziative sono quindi di successo, perché comportano e promuovono una collaborazione orientata alle soluzioni tra imprese, ONG e autorità statali. L’iniziativa compromette questa cooperazione con un approccio di confronto e un’eccessiva giuridicizzazione.