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Angelo Schirinzi: «Come camminare sui carboni ardenti»

Angelo Schirinzi, lei è un pioniere del beach soccer in Svizzera. Come si è avvicinato a questo sport esotico?
Mi aveva sempre affascinato il calcetto, a scuola e in palestra. Un giorno, nel 1999, vidi per la prima volta una partita di beach soccer alla tv con il leggendario Eric Cantona. Rimasi incantato e seppi subito una cosa: questo è quello che voglio fare.

Quali strutture esistevano all’epoca in Svizzera.
Nessuna. Niente di niente. In tutto il paese non c’erano né impianti né associazioni, e soprattutto non esisteva un campionato. Assieme a Reto Wenger, l’attuale CEO, partimmo da zero. Lui si occupò del marketing, io dell’aspetto sportivo. Nel 2001 fondammo la Swiss Beach Soccer e, nello stesso anno, una squadra nazionale svizzera partecipò per la prima volta a una competizione internazionale, il Campionato europeo a Gran Canaria. A volte, quando mi soffermo a pensare a tutto quello che siamo riusciti a realizzare da allora, mi sembra di vivere in un sogno.

Oltre a questo lavoro di costituzione lei ha anche curato, su incarico della FIFA, il manuale ufficiale di beach soccer. Come spiega il fascino del beach soccer a persone completamente ignare di questo sport?
Così come il beach volley, anche il beach soccer è un eccezionale mix di atmosfera di samba e spettacolo sportivo. L’attrattiva di questo sport traspare anche da alcune cifre: in media, durante una partita, viene effettuato un tiro in porta ogni 30 secondi. La media delle reti segnate è di 9 gol a partita. Oggi il beach soccer si gioca già in 130 paesi e i Campionati mondiali del 2015 sono stati seguiti da 80 milioni di telespettatori in tutto il mondo.

Quali talenti in particolare sono richiesti in questo sport?
Ovviamente serve una buona tecnica e molta potenza. Ma soprattutto servono spiccate capacità di coordinamento.

Il beach soccer richiede metodi speciali di allenamento?
Sì. Il metodo più efficiente consiste nell’allenarsi quanto più possibile sulla sabbia. In questo modo si attivano automaticamente tutti i muscoli. Nel beach soccer si predilige il gioco aereo. Al contrario del gioco su erba, quindi, la palla non viene passata rasoterra, ma viene giocata sempre alta. E, se possibile, non si tiene palla, bensì la si passa direttamente a un compagno di squadra.

Quali sono gli infortuni più frequenti?
La slogatura o la rottura delle dita del piede. Ma nel complesso il beach soccer è molto meno pericoloso del calcio tradizionale. Quindi gli infortuni che riguardano legamenti o ginocchi sono rarissimi.

I piedi si abituano alla temperatura della sabbia?
No. Quando la temperatura è molto elevata, la sabbia viene irrorata con acqua poco prima dell’inizio della partita. Ma quasi sempre si riscalda molto in fretta e allora è come camminare sui carboni ardenti. Riuscire a gestire il dolore è un fatto psicologico. I nostri avversari fanno molta più fatica di noi ad adattarsi. Ai miei giocatori la sabbia bollente sembra quasi piacere. La Nazionale svizzera è fatta di teste matte...

In questo sport non si guadagna niente. Come trovate nuovi talenti?
Bisogna sceglierli con cura. Ci si basa su raccomandazioni mirate e si cerca di guardare un gran numero di partite giocate dalle nuove leve sui campi di calcio tradizionale. Un esempio: qualche anno fa, tra gli Under 16 del Grasshopper, ho scoperto il giovane Noel Ott. Era chiarissimo che possedeva tutte le qualità necessarie per il beach soccer e, fortunatamente, ha preso la decisione di passare al nostro sport. Ma bisogna essere realistici: possiamo essere contenti se riusciamo a inserire un nuovo talento nella Nazionale ogni due anni.

Il beach soccer è un bacino di raccolta per i giocatori di calcio tradizionale che non hanno voglia di correre?
Al contrario. Il beach soccer è uno sport di grande intensità fisica. Chi ne dubita è cordialmente invitato ad allenarsi anche una sola volta assieme a noi.

Il campionato nazionale di calcio da spiaggia si svolge durante la pausa estiva della Super League. Vi partecipano anche i professionisti?
In effetti circa il 30 per cento dei giocatori fa parte anche di squadre di calcio tradizionale. Ma nessun campione. Perché temono di infortunarsi o perché le loro società semplicemente vietano loro di partecipare.

Quale campione del calcio svizzero, più di ogni altro, vorrebbe vedere tra le fila della Nazionale di beach soccer?
Penso che Blerim Dzemaili avrebbe un grande potenziale. E anche Valon Behrami. Haris Seferovic potrebbe essere una possibilità interessante per il gioco sotto porta, nel ruolo di realizzatore. Ultimamente abbiamo avuto Marco Streller in uno dei nostri allenamenti: è stato sensazionale. Purtroppo però non siamo riusciti a convincerlo a diventare uno di noi.

Vale la regola secondo la quale maggiore è l’abilità tecnica di un giocatore, tanto meglio giocherà sulla sabbia?
In realtà, no. L’esempio migliore è Ivan Rakitic, giocatore del Barcellona dotato di grande tecnica: anche lui si è allenato con noi, ma non ha avuto immediatamente successo. Il beach soccer richiede caratteristiche molto particolari, una speciale miscela di tecnica e forza.

Recentemente la Nazionale di beach soccer è entrata a far parte dell’Associazione Svizzera di Football e viene sostenuta da Credit Suisse. Questo cosa significa per lei?
È un riconoscimento del nostro lavoro di preparazione pluriennale. E per i giocatori è un onore poter indossare la maglia ufficiale dell’Associazione. Questa collaborazione ci regalerà una maggiore attenzione mediale e, speriamo, un sostegno ancora maggiore.

Il beach soccer in futuro diventerà disciplina olimpica e acquisterà maggiore notorietà in tutto il mondo?
Se ne parla da tanto tempo, ed è quello che speriamo. È un vero peccato che questo non sia avvenuto in tempo per Rio. Beach soccer nello stadio di Copacabana: sarebbe stato un grandissimo evento. Ci abbiamo già giocato davanti a 12 000 spettatori ed è stato fantastico. Ma forse ci riusciremo nel 2020: una partecipazione olimpica della Svizzera sarebbe il coronamento di una storia incredibile.