Trasformiamo le incertezze in rischi calcolabili
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Trasformiamo le incertezze in rischi calcolabili

Attualmente quali sono i maggiori rischi per una banca? Come va interpretato il crescente protezionismo? Quanto contano buon senso e intuito nella gestione del rischio? Risposte di Joachim Oechslin, Senior Advisor - Risk Management di Credit Suisse, che deve sempre pensare al worst case.

L'intervista si è svolta il 18.12.2018.

Joachim Oechslin, quali sono i principali rischi di cui si è occupato professionalmente nelle ultime settimane?

Direi l'alta volatilità sui mercati finanziari. Per noi Risk Manager una maggiore volatilità si traduce sempre in analisi supplementari sul piano operativo. Per esempio può avere pesanti ripercussioni sul nostro portafoglio di prestiti, per cui è necessario avere sempre la situazione sott'occhio.

In concreto quali conseguenze hanno avuto le vostre analisi?

Un semplice esempio: spesso i crediti che concediamo sono garantiti da titoli. Per via delle incertezze politiche ed economiche, nelle ultime settimane molti corsi azionari sono scesi. Nulla di drammatico, ma per una parte dei crediti è scattato un cosiddetto margin call: il cliente ha dovuto apportare ulteriori garanzie finanziarie. In un certo senso è normale sui mercati finanziari e in genere funziona senza problemi. Anche questi margin call sono una conseguenza concreta dell'alta volatilità.

Una domanda generale: qual è l'obiettivo principale della gestione del rischio in Credit Suisse?

Ai fini del nostro successo è fondamentale gestire tutte le attività con consapevolezza del rischio e senso di responsabilità. Cerchiamo di associare gradi di probabilità alla futura evoluzione di importanti fattori economici, ovvero trasformiamo le incertezze in rischi calcolabili in modo da poterle gestire. L'obiettivo primario è consolidare la nostra forza finanziaria e reputazione, assicurando al contempo un uso il più possibile redditizio del nostro capitale di rischio.

Come procedete al riguardo?

Per la gestione del rischio abbiamo creato una vera e propria governance, ovvero un quadro di riferimento. Esiste una First Line of Defense e una Second Line of Defense. Tutti i collaboratori della banca che concludono un affare devono valutare anche gli aspetti di rischio. Questa è la First Line of Defense. A partire da una certa entità e rischiosità dell'operazione, il nostro Risk Management effettua una valutazione del tutto indipendente. Questa è la Second Line of Defense, che negli ultimi anni ha acquisito grandissima importanza nel settore finanziario: se all'inizio della mia carriera il Risk Management indipendente coinvolgeva poche persone, oggi solo nel mio reparto lavorano circa 3500 specialisti.

Come si traducono innumerevoli operazioni singole, gravate da rischi diversi, in un profilo di rischio globale della banca?

Il nostro bilancio di circa 800 miliardi di franchi svizzeri si compone di valori patrimoniali e impegni. Entrambi reagiscono a oscillazioni dei tassi d'interesse, corsi azionari e valutari, volatilità e molto altro. Lavoriamo con migliaia di variabili correlate tra di loro. Se cambiano i parametri sui mercati dei capitali, noi cerchiamo di capire come ciò si ripercuote sul nostro bilancio. E in presenza di un rischio ci chiediamo: quanto è alta la probabilità di una perdita? Poi la confrontiamo con la nostra capacità di rischio: quali effetti avrebbe questa perdita sul nostro capitale proprio? L'analisi di simili scenari rientra tra i nostri compiti, motivo per cui centinaia di fisici, matematici ed economisti modellano costantemente il bilancio. A livello di direzione, valutiamo di volta in volta quanto rischio siamo disposti ad assumerci. Naturalmente anche le pre- scrizioni sui requisiti patrimoniali costituiscono un parametro importante.

Quali sono stati, negli ultimi mesi, i maggiori rischi che ha definito per la banca?

Gli ultimi mesi si sono contraddistinti soprattutto per due temi: la normalizzazione della politica dei tassi statunitensi e la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Dove individua i rischi della politica dei tassi statunitense?

È giusto e importante che la lunga fase di bassissimi interessi abbia fine. Questa modifica della politica monetaria è calzante negli Stati Uniti, dove attualmente si osserva una congiuntura molto solida. Mentre gli Stati Uniti possono permettersi un aumento dei tassi, quest'ultimo rappresenta invece una grande sfida per altre regioni del mondo. Per esempio in Europa la dinamica di crescita si è di nuovo indebolita. Nei mercati emergenti sussiste il rischio di un deflusso di fondi sul dollaro, visto che negli Stati Uniti si possono ottenere interessi più alti. Questi riflussi di capitali mettono sotto pressione i paesi emergenti e, non da ultimo, le rispettive valute.

Si vedono già gli effetti della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina?

In Cina i corsi azionari e la valuta sono sotto pressione. Negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi, le nuove barriere commerciali lasciano presagire un impatto negativo sulle decisioni d'investimento delle aziende. Questo conflitto è un tema importante, che continuerà a tenerci sulle spine.

Come interpreta l'intensificarsi delle tendenze protezionistiche?

Vedo il crescente protezionismo come l'espressione del populismo politico. Il regime di sicurezza e l'ordine economico creati dopo la Seconda guerra mondiale poggiano su principi come il multilateralismo basato sui valori o l'affidabilità delle relazioni geopolitiche. Questi principi vengono messi in dubbio, alimentando l'incertezza.

Come Risk Officer, come affronta queste incertezze politiche?

Il populismo politico è molto difficile da valutare, perché possono subentrare sviluppi che non abbiamo mai visto in passato. In che modo influisce sull'attività commerciale dei grandi blocchi e sulle reciproche dipendenze economiche, che con la globalizzazione si sono più che mai rafforzate? I modelli di rischio quantitativi sono utili solo in misura limitata al fine di parametrizzare questi nuovi rischi non lineari.

Che cosa potete fare?

I rischi politici richiedono sempre più immaginazione, buon senso e intuito. Bisogna essere in grado di analizzare e interpretare gli ultimi sviluppi. Per inciso, questa è un'attività che non può essere svolta da un robot o un algoritmo. Bisogna essere capaci di pensare in anticipo e porsi le giuste domande critiche: cosa significa se si sgretola il sistema multilaterale? Cosa potrebbe accadere che non si è mai verificato prima?

Il famoso «cigno nero».

Esatto. Nel sistema assicurativo, per esempio, si mettono in conto catastrofi naturali che non si sono presentate, ma che potrebbero accadere. Gli scenari rappresentano uno degli strumenti essenziali per coprire questi eventi estremi.

Esaminate i rischi specifici?

Costantemente. Gli scenari di crisi sono uno strumento estremamente importante.

Quali rischi avete simulato ultimamente?

Per esempio un «hard landing» dell'economia nei paesi emergenti, soprattutto in Cina; una crisi del debito pubblico negli Stati Uniti; una crisi immobiliare in Svizzera; le ripercussioni dei possibili esiti delle trattative sulla Brexit o di un rafforzamento della politica commerciale protezionistica degli Stati Uniti.

A quanto pare i rischi di reputazione hanno acquisito maggiore importanza, è così?

L'importanza dei rischi di reputazione e della loro gestione è aumentata espo- nenzialmente.

A cosa è riconducibile secondo lei?

È un dato di fatto che, dopo la crisi finanziaria, le banche abbiano perso credibilità: a risentirne è stata la loro reputazione. L'intero settore ha dovuto trarne i debiti insegnamenti. Analogamente, anche la discussione «too big to fail» non riguarda solo gli aspetti finanziari, ma anche la rilevanza economica e la responsabilità degli istituti finanziari. Anche per questo oggi dobbiamo prestare molta più attenzione ai rischi di reputazione rispetto a molte altre imprese. Inoltre, in tutto il mondo, gli istituti finanziari sono anche attraversati da molti più conflitti d'interesse che in passato.

Può fare un esempio?

Prendiamo il cambiamento climatico. L'accordo di Parigi ha l'obiettivo di limitare il riscaldamento globale medio ben al di sotto dei 2 gradi. In tutto il mondo si infiamma il dibattito su come debba essere conseguito questo obiettivo. Da qualche tempo abbiamo notato che si preferisce condurre queste discussioni coinvolgendo gli istituti finanziari – talvolta anche in modo intenzionalmente pubblico, per esempio in occasione di un'assemblea generale.

Come vi regolate a questo riguardo?

Le banche che operano a livello globale effettuano transazioni in tutto il mondo. Nei processi decisionali non è facile trovare un equilibrio che sia accettato a livello locale, globale e di mercato domestico. Il nostro ruolo come intermediari finanziari è molto ampio e nell'esercizio della nostra attività bisogna soppesare accuratamente rischi e interessi diversi, talvolta anche molto divergenti. E per restare in tema di ambiente, per esempio il fracking, come metodo per l'estrazione del petrolio e del metano, è relativamente accettato negli Stati Uniti, ma non in Europa. Qui in Svizzera bisogna dunque comprendere che negli Stati Uniti sussistono relazioni d'affari che là godono di ampio consenso sociale. Viceversa, gli Stati Uniti devono comprendere che in Europa e in Svizzera questo metodo di estrazione è molto controverso a causa dei suoi potenziali rischi per l'ambiente.

Come fate a trovare un equilibrio?

È un processo continuo: bisogna familiarizzare con le diverse posizioni e prospettive, confrontarsi con i vari stakeholder e cercare un punto d'incontro. Come banca dobbiamo formarci un'opinione in merito a questioni rilevanti dal punto di vista politico e sociale. Prendiamo ancora i combustibili fossili: l'Occidente approfitta di queste fonti di energia da circa 200 anni. Ha senso ed è economicamente sostenibile anche per altri paesi abbandonarle di punto in bianco o è meglio una transizione progressiva verso altre fonti di energia? Questa è solo una delle molte questioni di natura sociale su cui noi, come banca, dobbiamo prendere posizione, per dare un orientamento alla nostra attività.