«Talvolta mi accorgo che manca la volontà di trovare un compromesso»
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«Talvolta mi accorgo che manca la volontà di trovare un compromesso»

La consigliera federale Karin Keller-Sutter si esprime sulle preoccupazioni degli elettori, sull'opportunità di stringere accordi bilaterali e sui vantaggi della lentezza in politica.

Signora consigliera federale, in cima alle preoccupazioni degli elettori troviamo AVS/previdenza per la vecchiaia, seguita da sanità/casse malati e dagli stranieri. Come interpreta questa percezione dei problemi?

Mi sembra realistica e giustificata. L'AVS e i premi delle casse malati toccano in maniera molto diretta le persone e la loro vita quotidiana. I babyboomer sono sulla soglia della pensione, quindi il 1°, il 2° ed eventualmente anche il 3° pilastro sono temi cruciali. I premi delle casse malati, poi, diventano sempre più onerosi, in particolare per le famiglie. Per quanto riguarda il tema degli stranieri, invece, dobbiamo constatare innanzitutto che le richieste d'asilo e l'immigrazione negli ultimi anni sono scesi a livelli minimi e, in secondo luogo, che la Svizzera ha un nuovo sistema di asilo guardato con rispetto in Europa. La priorità attribuita ai diversi temi nella classifica delle apprensioni, quindi, non mi stupisce particolarmente.

La preoccupazione per protezione dell'ambiente/cambiamento climatico, pur essendo cresciuta di 6 punti percentuali, occupa «solo» il 4° posto nella classifica. È sorpresa?

Sì e no. Alla luce del risultato delle elezioni federali, mi sorprende. Dall'altro lato,  l'AVS e i premi delle casse malati toccano direttamente la vita quotidiana. Anche il clima è un problema sentito, ma c'è la percezione che la Svizzera da sola non possa risolverlo. E anche che il Consiglio federale e il Parlamento si stiano dando già molto da fare, ad esempio con la revisione totale della legge sul CO2 o la strategia energetica 2050.

Più di tutte è cresciuta la preoccupazione per la sicurezza personale. Nel contempo, la polizia è l'unica istituzione nei confronti della quale è cresciuta la fiducia. Come spiega questo fenomeno?

Altri studi, come quello del Politecnico Federale di Zurigo (ETH) e la statistica criminale, attestano che la Svizzera è un Paese sicuro. Negli ultimi dieci anni, ovvero dalla nostra adesione a Schengen, il numero di reati registrati è diminuito del 20 per cento. Secondo l'ETH, nello stesso periodo la fiducia nei confronti della polizia e del governo è cresciuta a un livello senza pari. Ma non per questo possiamo rilassarci: almeno per me, la sicurezza e la protezione della popolazione svizzera rivestono massima priorità. Senza sicurezza non c'è libertà, e nemmeno benessere.

Dove occorre intervenire?

Emergono problematiche di sicurezza sempre nuove, non solo in Svizzera. Da diverso tempo combattiamo in primo luogo contro il terrorismo jihadista, ma anche contro un'estrema destra sempre più violenta. Emergono questioni come la prevenzione, la sorveglianza e le sanzioni. La Confederazione e i cantoni si adoperano per migliorare il nostro sistema in tutti i settori, dove necessario.

Il rapporto della Svizzera con l'UE preoccupa molto gli intervistati; abbiamo davanti mesi decisivi in proposito?

Sì, probabilmente a maggio 2020 voteremo l'iniziativa per la limitazione dell'UDC, che chiede al Consiglio federale di abrogare l'Accordo sulla libera circolazione delle persone entro 12 mesi per via negoziale oppure, in caso di insuccesso, di disdirlo unilateralmente. L'iniziativa mette in conto anche la cessazione degli Accordi bilaterali I e, quindi, contesta la via bilaterale della Svizzera nel suo complesso. Il Consiglio federale e il Parlamento mettono in guardia da un simile passo, poiché la via bilaterale rappresenta da quasi vent'anni una base importante per l'accesso della Svizzera al mercato europeo e, di conseguenza, per il benessere, la garanzia dei posti di lavoro e, in ultima analisi, anche per il senso di sicurezza.

L'esito di questa votazione potrebbe essere influenzato dalla netta diminuzione della fiducia nei confronti degli attori politici registrata nel Barometro delle apprensioni?

Non credo. L'edizione 2019 dello studio «Sicurezza» dell'ETH, a cui ho già accennato, evidenzia infatti che la fiducia della popolazione nei confronti del Consiglio federale e delle autorità è nuovamente cresciuta rispetto allo scorso anno. Un altro buon indicatore della fiducia nel governo sono i risultati delle votazioni che, con poche eccezioni, hanno rispecchiato il parere delle autorità. Nella maggior parte dei casi, quindi, riusciamo ancora a convincere i cittadini.

Sembra però farsi strada un certo disagio: il 46% degli intervistati ha pur sempre l'impressione che la politica fallisca e oltre il 60% lamenta un blocco delle riforme, che potrebbe mettere in pericolo l'identità svizzera.

In effetti, talvolta in politica mi accorgo che manca la volontà di trovare un compromesso. Dovremmo tornare a metterci in discussione e cercare di trovare insieme soluzioni, anche quando non corrispondono al cento per cento alle nostre idee personali. Per farlo, però, prima di tutto occorre avere un patrimonio di convinzioni personali. Solo chi possiede una bussola interiore può accettare compromessi e contribuire a trovare soluzioni condivise.

Per quanto riguarda il cercare «soluzioni per problemi politici», secondo gli intervistati la maggiore responsabilità spetta al Consiglio federale. Allo stesso tempo, il Parlamento dovrebbe dimostrare capacità di compromesso e l'economia, alla quale una netta maggioranza riconosce una buona capacità di risolvere i problemi, necessita di libertà di manovra e meno vincoli burocratici. È questa la ricetta della Svizzera per superare il blocco delle riforme?

Sì, lo riassume bene la mia analisi. Un buon esempio è rappresentato dalla votazione popolare relativa alla Legge federale sulla riforma fi scale e il finanziamento dell'AVS della scorsa primavera, per la quale abbiamo pragmaticamente elaborato una soluzione condivisa dalla maggioranza. Dobbiamo riuscirci anche con l'iniziativa per la limitazione: il Consiglio federale, nel suo ruolo di guida, afferma chiaramente che vogliamo sì portare avanti la libera circolazione delle persone e quindi la via bilaterale, ma anche che l'immigrazione resti nei limiti del necessario. Pertanto, promuoviamo il potenziale della forza lavoro interna e mitighiamo le ingiustizie sociali con prestazioni mirate. Sono proposte pragmatiche che, speriamo, contribuiranno a raggiungere una maggioranza contro l'iniziativa.

Riguardo all'accordo quadro istituzionale, la maggioranza ritiene che non si debbano accettare compromessi. Se fosse proprio indispensabile, gli intervistati preferirebbero fare concessioni nel campo della «protezione salariale». Lei sottolinea già da tempo l'importanza degli ammortizzatori sociali. Si sente confermata nella sua convinzione?

Il Consiglio federale è convinto che occorra stabilizzare il rapporto con l'Unione europea, altrimenti le relazioni bilaterali si indeboliranno, diventando sempre più difficili e meno prevedibili. Ma restano ancora da chiarire questioni riguardo agli aiuti di Stato, alla direttiva sui cittadini dell'Unione e alla protezione salariale, attualmente oggetto di dibattito tra le parti sociali. Un'adeguata protezione salariale e una posizione chiara sulla direttiva sui cittadini dell'Unione potrebbero svolgere, a mio parere, un ruolo decisivo per un consenso sull'accordo.

Per finire, uno sguardo al futuro: pensando alla propria situazione nei prossimi 12 mesi, il 12% degli intervistati ha risposto che sarà migliore, il 75% uguale e il 10% peggiore di oggi. Condivide questo (moderato) ottimismo?

Sì. Penso che la Svizzera se la caverà molto bene anche in futuro, perché siamo sempre riusciti ad adeguarci alle richieste del momento. Se riusciremo a conservare i nostri tradizionali valori e punti di forza, come il federalismo, la democrazia diretta, il pragmatismo e la rapidità d'azione e, nel contempo, a essere aperti alle innovazioni e ai cambiamenti, allora saremo in un'ottima posizione. Lo dice bene la famosa frase dello storico svizzero Georg Thürer: «Zeitgenossen sein, Eidgenossen bleiben (essere contemporanei, restando svizzeri)». Dobbiamo però rimboccarci le maniche.