«Switzerland first»: un vicolo cieco per l'economia
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«Switzerland first»: un vicolo cieco per l'economia

L'interdipendenza economica internazionale è il pilastro del benessere della Svizzera. Per soddisfare l'esigenza di una maggiore sicurezza di approvvigionamento non si deve scegliere una strategia di isolamento e autonomia, bensì l'apertura economica.

L'immagine degli scaffali vuoti ha predominato nei reportage dei media a primavera, durante la prima ondata della pandemia di COVID-19. I timori di una scarsità di generi alimentari e articoli casalinghi hanno indotto la popolazione ad acquistare grandi scorte. Per gli spaghetti e la carta igienica si è verificata una vera propria «corsa agli accaparramenti». Anche i single hanno acquistato maxi-confezioni da 30 rotoli. In alcuni casi, il personale dei supermercati faceva a malapena in tempo a rifornire le corsie. Nonostante il temporaneo vuoto degli scaffali, tuttavia, la temuta carenza di beni di prima necessità non si è mai verificata. Inoltre, una maggiore flessibilità del diritto del lavoro potrebbe far sì che in futuro, in casi simili, gli scaffali dei supermercati si possano rifornire anche di notte. Questo avrebbe il vantaggio di arginare il fenomeno psicologico dell'accaparramento di scorte alla vista degli scaffali mezzi vuoti.

In Svizzera, i vantaggi in termini di benessere derivanti dalla divisione internazionale del lavoro sono i più elevati al mondo.

Peter Grünenfelder

Tuttavia, la sicurezza di approvvigionamento è sulla bocca di tutti, seguita dalle richieste di rinazionalizzazione della politica e alimentata dal timore di non avere accesso ai beni di prima necessità, in caso di emergenza. I Socialdemocratici svizzeri predicano una «reindustrializzazione» dell'economia interna con la delocalizzazione delle catene di produzione in Svizzera. I Verdi colgono l'occasione delle presunte difficoltà di approvvigionamento per invocare subito una ristrutturazione totale della l'economia di libero mercato, fino ad arrivare a un «Green New Deal nazionale», ovviamente da finanziare con sovvenzioni miliardarie da parte della collettività.

Anche il PDC si esprime a favore di un «grado di autosufficienza» per il personale sanitario, mentre l'UDC ha voluto rinunciare subito del tutto alla reintroduzione della libera circolazione delle persone e si è battuta per il mantenimento dei burocratici e lunghi controlli alle frontiere. Di fronte a questi argomenti con grande impatto sull'opinione pubblica, si trascura che i cittadini dell'UE/AELS oggi rappresentano il 19% di tutti i posti di lavoro nel sistema sanitario; il 4% sono frontalieri.

L'esultanza del movimento antiglobalizzazione

In tempi di coronavirus, lo slogan «America first» di una politica di rinazionalizzazione economica quindi non vale più solo per gli Stati Uniti. Nel frattempo, «Our country first» è diventato lo slogan per molti Paesi e in tutte le regioni del mondo, con l'obiettivo di ridurre la cooperazione globale, vietare le esportazioni di beni essenziali o chiudere i confini alla libera circolazione delle persone. La politica dei simboli, anche se insensata dal punto di vista economico, nella primavera del 2020 ha dato l'impressione di avere la soluzione in mano, barricandosi nel territorio nazionale e chiudendo i confini con l'estero, dove sembrava andare tutto molto peggio. I sostenitori dei movimenti antiglobalizzazione esultavano già, rafforzando la loro convinzione che le catene di creazione del valore internazionali avrebbero aumentato il rischio di non avere accesso alla produzione e ai beni necessari.

«Switzerland first» potrebbe funzionare? Oggi la Svizzera è uno dei Paesi più globalizzati in assoluto. Da noi, i vantaggi in termini di benessere derivanti dalla divisione internazionale del lavoro sono i più elevati al mondo. Il commercio con l'estero svizzero – calcolato in base al prodotto interno lordo – ammonta a ben il 9%. La quota delle esportazioni, dal 2002, è salita dell'8% fino ad arrivare al 52% del PIL. Tutto questo ha effetti anche come motore dell'occupazione: nel nostro Paese, circa 1,9 milioni di lavoratori traggono vantaggio dall'accesso ai mercati esteri. È evidente che l'interdipendenza economica internazionale della Svizzera è il pilastro del nostro benessere.

A causa delle dimensioni limitate del mercato interno elvetico, non è possibile produrre e offrire in modo efficiente dal punto di vista economico tutti i beni e servizi necessari sul territorio nazionale. L'economia nazionale svizzera è caratterizzata da una specializzazione in quei settori, beni e servizi o parti della catena di creazione del valore in cui è competitiva a livello internazionale.

Diversificare le fonti di approvvigionamento

L'appello a un aumento della sicurezza di approvvigionamento si fonda sull'errata convinzione politica secondo cui questo sia praticabile solo con una maggiore autosufficienza. Tuttavia la sicurezza di approvvigionamento non equivale all'autosufficienza. Facciamo l'esempio dei generi alimentari: il modo migliore per garantire la sicurezza di approvvigionamento non è produrre sul territorio nazionale in qualsiasi momento la massima quantità possibile di generi alimentari, bensì da un lato diversificare le fonti di approvvigionamento per determinati tipi di alimenti (ad esempio stipulando il maggior numero possibile di accordi di libero scambio), e dall'altro proteggendo le risorse naturali e la biodiversità per l'economia dell'alimentazione, al fine di non compromettere la futura produttività.

Anche durante la Seconda guerra mondiale e la leggendaria «battaglia delle coltivazioni», la Svizzera è stata costretta a importare generi alimentari. La strategia da seguire, pure per molti altri beni essenziali come l'energia elettrica o i prodotti sanitari, non dovrebbe essere quella dell'isolamento e dell'autarchia, bensì quella dell'apertura economica.

L'ampliamento degli accordi di libero scambio sosterrebbe gli sforzi delle aziende nel diversificare le loro fonti di approvvigionamento di semilavorati e componenti. Una tale diversificazione, sia nell'approvvigionamento che nello smercio, rafforza la resilienza sia delle singole imprese che dell'economia nazionale nel suo insieme.

L'apertura dell'economia Svizzera contribuisce dunque, in modo decisivo, a gestire con successo crisi come l'attuale pandemia. Qualora le imprese svizzere fossero costrette dalla politica nazionale a ricondurre la produzione da regioni più convenienti al costoso mercato interno svizzero, a causa dei costi elevati dei fattori produttivi non riuscirebbero a creare nuovi posti di lavoro. Anzi, le aziende cercherebbero di accelerare i ritmi dell'automatizzazione.

Non si potrebbe neanche escludere che una rinazionalizzazione della produzione imposta alle imprese politicamente possa portare a una sostanziosa delocalizzazione delle loro sedi all'estero. Un'eventuale rinazionalizzazione dell'economia svizzera costituirebbe quindi un vicolo cieco dal punto di vista economico.